Francesca Nanni è la procuratrice generale di Milano che nel 2019, quando si trovava a Cagliari, fece riaprire, con la sua richiesta di revisione, il caso di Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo per un triplice omicidio che non aveva commesso. Un errore giudiziario lungo 33 anni: tanti quanto gli anni che l’ex pastore sardo ha passato in prigione prima di essere assolto a Roma nel 2024.
Procuratrice, lei ha avuto un ruolo chiave nella vicenda che è raccontata nel lungometraggio Zustissìa, del regista Francesco Piras. Le è piaciuto il film?
«L’ho trovato bello ed equilibrato. Chiaramente nasce tutto da un fatto cruento, poi si parla di una lunga detenzione, quindi sono argomenti di per sé violenti. Ma nel racconto cinematografico non c’è una immagine di troppo. Le scene più forti sono rappresentate in modo misurato, quindi è drammatico ma senza eccessi».
Decisiva per riaprire il caso è la determinazione di un giovane avvocato, Mauro Trogu, che ha difeso Zuncheddu pro bono e ha chiesto la revisione del processo.
«Trogu è stato il primo a crederci e ha fatto esattamente quello che doveva fare, cioè studiare il caso e venirmelo a proporre. Il suo lavoro era stato ottimo, ma non bastava. Abbiamo infatti dovuto indagare ancora e la revisione è stata ammessa anche sulla base
di un’attività tecnica che avevamo fatto con la procura di Cagliari. Una trascrizione di un’intercettazione (al testimone oculare di Luigi Pinna, sopravvissuto alla strage di Sinnai, ndr) che si è rivelata decisiva, insieme all’azione della procura generale di Roma, a cui avevo presentato il caso andando personalmente a parlare con i colleghi. Il collega Francesco Piantoni ha messo tutto l’impegno possibile, seguendo molto bene tutto il dibattimento. Insomma c’è stata una convergenza di soggetti che hanno collaborato per ottenere un risultato».
Che cosa ha provato quando c’è stata la sentenza?
«Il dibattimento è stato molto lungo faticoso. Però insomma, poi l’esito è stato felice. La mia soddisfazione è quella di essermi trovata al momento giusto per essere utile a qualcuno. Nei momenti bui mi dà sollievo pensare che ho collaborato a restituire a una persona la possibilità di vivere serena alcuni anni, spero tanti. E questa è una cosa che mi aiuta quando ci sono dei momenti, come capita a tutti gli esseri umani, di rammarico e di rimpianto per le cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte».
Questo film parla di un errore giudiziario clamoroso. Gli importanti numeri al botteghino (è uscito nelle sale il 15 ottobre e già si parla di 100mila presenze) non dimostrano forse che il tema della giustizia è molto sentito?
«Bisogna contestualizzare e non dimenticare che ci sono dei motivi alla base di questa condanna. È molto facile dire che i giudici hanno sbagliato, però alla base di quella sentenza c’era un testimone oculare che aveva dichiarato una cosa non corrispondente al vero. Intendo dire che non è dal nulla che si arriva a quella condanna».
Lei crede nella giustizia?
«Come cittadina ho fiducia nel sistema, con tutte le difficoltà e i problemi, però secondo me al giorno d’oggi, tanto per essere chiari, non si potrebbe più verificare un caso di quel tipo. Perché ci sarebbero delle indagini molto più approfondite. Da allora il giusto processo ha fatto una buona evoluzione. Vedo nella pratica giudiziaria delle sedi in cui ho lavorato che c’è molta più attenzione, sia da parte dei magistrati che degli avvocati».
Lei potrebbe avere un ruolo decisivo su un altro caso che sta facendo discutere: l’omicidio di Garlasco. Sull’istanza di revisione di Alberto Stasi ha preso una decisione?
«Su questo c’è massimo riserbo, non si può certo dire nulla. Compirei un illecito disciplinare gravissimo e non intendo farlo».
