8 settembre, quelle fratture e divisioni che hanno (dis)fatto l'Italia

A 66 anni dall'armistizio la nazione è sempre lacerata perché una sua parte si considera detentrice della verità

8 settembre, quelle fratture e divisioni che hanno (dis)fatto l'Italia

In un saggio edito da Rizzoli, l'inglese John Foot ripercorre le Fratture d'Italia - da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese: ossia le tante occasioni in cui, di fronte a eventi di grande risonanza, il Paese s'accorse d'essere profondamente lacerato. Nessuna data è più adatta di quella odierna - l'8 settembre, 66 anni da quando la voce stanca del maresciallo Pietro Badoglio annunciò l'armistizio tra l'Italia e gli angloamericani - per rievocare le divisioni che hanno accompagnato un secolo di storia patria.

Un secolo soltanto perché Foot - che insegna storia contemporanea presso il dipartimento italiano dell'University College di Londra - prende le mosse dalla Grande Guerra (1915-1918). Avesse voluto collocare l'avvio più indietro, il materiale non gli sarebbe certo mancato. La nascita dell'Italia come stato unitario è stata contrassegnata dalla spaccatura tra la Chiesa e gli artefici del Risorgimento. I maggiori tra essi - Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi - furono tutti scomunicati. E non gli mancherà il materiale se un giorno vorrà occuparsi delle attuali fratture italiane. Che non sfigurano, per intensità e acredine, in confronto a quelle del passato.

Non siamo i monopolisti e nemmeno i primatisti della rissosità. Altri grandi Paesi si portano dietro, a volte da secoli, piaghe non sempre rimarginate e a volte incancrenite. La Spagna ha saputo per qualche tempo rimuovere il lascito di odi e di lutti della guerra civile, ma ormai quella tregua dei risentimenti è finita, e il terrorismo basco continua. La Francia dissimula con i pennacchi d'una vittoria cui contribuì in minima parte la spaccatura del petainismo. Forse l'Italia dà di sé un'immagine più controversa perché sembra compiacersi delle sue lacerazioni, e opporsi ad una loro ricucitura.

C'è nella sinistra italiana, nonostante tutto, la pretesa d'essere detentrice della verità e della nobiltà di alti ideali, e in nome di questa presunzione sono state imposte - piazza Fontana o strage di Bologna o G8 di Genova - verità a senso unico. La memoria condivisa non è stata raggiunta e non sarà raggiunta finché qualcuno proclamerà al mondo d'essere detentore del verbo unico e indivisibile. L'Italia è approdata all'Unità con gran ritardo sui maggiori Paesi europei, e ha portato nella nascita e nella crescita anche i fermenti degli antichi campanilismi. Il calcio è la vetrina popolare delle fratture d'Italia. La polemica nord sud è l'eredità d'un Risorgimento contestato. Un inglese ha riscoperto ciò che tutti gli italiani sanno da tempo. Litighiamo sempre, e da quando c'è la televisione litighiamo come non mai.

8 settembre. Foot se ne occupa largamente e spiega bene come quella data abbia generato due concezioni opposte dei destini d'Italia. Secondo Galli della Loggia avvenne allora «la morte della patria»: e Beppe Fenoglio scrisse che «non ci sarà mai più un esercito in Italia». L'armistizio come estrema umiliazione, la premessa alle successive abbiezioni delle signorine, degli sciuscià, delle marocchinate. Al contrario Carlo Azeglio Ciampi - prendendo spunto dalla strage di Cefalonia - ha visto in quel sacrificio un annuncio di libertà e di democrazia, l'alba della Resistenza. Secondo lui i soldati massacrati «decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria». Una angolazione positiva che vuol gettare un fascio di luce sulla tenebra di quel disastro.

La realtà di Cefalonia non fu così semplice. Fu complessa, intricata, in alcuni suoi aspetti emozionante ed esaltante, in altri avvilente. Con fredda lucidità Foot rileva, a questo proposito, che «la grande maggioranza dei soldati italiani reagì all'8 settembre come se la guerra fosse finita». Era il «tutti a casa». Ciò che contava non era la liberazione da un occupante, fosse tedesco o fosse inglese e americano, era la liberazione dalla guerra. Una tremenda illusione. Accompagnata - ecco le fratture, una dopo l'altra - da ambiguità e reticenze, perché non si sapeva più se fossimo alleati o nemici o una via di mezzo, disistimati collaboratori.

John Foot tratta a lungo il problema delle azioni partigiane e delle feroci rappresaglie che ne seguirono contro la popolazione civile. In alcuni episodi il fine politico delle azioni resistenziali sovrastò di molto il possibile fine militare. Accadde che i tedeschi già in ritirata - la Germania in pratica non esisteva più - fossero attaccati e uccisi perché si voleva dare un segnale di vitalità partigiana, e magari precedere gli alleati nell’occupazione d'un qualche centro abitato. Ci fu in quelle azioni un movente politico - anzi partitico - evidente e ripugnante. Le volevano quei militanti delle formazioni comuniste che auspicavano per l’Italia un futuro da repubblica popolare dell'est.

Non è esattamente questo il caso dell'attentato al battaglione Bozen in via Rasella a Roma e dell'eccidio consumato per rappresaglia alle Fosse Ardeatine. Il 23 marzo 1944, quando 33 tedeschi furono uccisi, la fine della guerra appariva ancora piuttosto lontana. Vicinissima appariva invece la liberazione di Roma - avvenute ai primi del giugno successivo - e non c'era alcun bisogno d'affrettare la progressione militare alleata con spargimenti di sangue innocente (nell'attentato morirono anche due italiani).

Molto documentato - fino alla pignoleria - questo volume di oltre cinquecento pagine assembla un'infinità di fatti, tutti collegabili per il loro prestarsi a polemiche, e a contrapposizioni anche aspre. Mi stupisce che nella bibliografia manchi ogni accenno a Roma 1943 di Paolo Monelli, straordinaria e insuperata descrizione del 25 luglio 1943 e dell'8 settembre. Ancor più mi stupisce che manchi il nome di Indro Montanelli. Nessuno meglio di lui ha saputo narrare proprio le fratture sulle quali Foot ha voluto indagare. Ne fa testimonianza il bellissimo Qui non riposano dell'immediato dopoguerra.