Le 95mila vittime e una vita on line: il Paese cambiato ha fretta di correre

I numeri, perfino le statistiche, se li si guarda con attenzione e con rispetto, possono raccontare storie, di dolore o a volte di speranza.

La morte di un uomo è una tragedia, un milione di morti sono una statistica. La frase è attribuita a Stalin, ma pare che lui non l'abbia mai pronunciata, e che a mettergliela in bocca sia stata quella malalingua di Churchill. È sbagliata l'attribuzione e anche sbagliato il concetto. Perché i numeri, perfino le statistiche, se li si guarda con attenzione e con rispetto, possono raccontare storie, di dolore o a volte di speranza. E l'anno che ha cambiato la nostra vita è un seguito di cifre che il rispetto lo impongono. A cominciare dalla più dolorosa: 95mila. È il numero dei morti di Covid ufficialmente censiti dall'inizio della pandemia: 95mila singole esistenze troncate da quello che per gran parte di noi era, fino a 12 mesi fa, solo un'idea adatta alla trama di qualche film di fantascienza.

Quasi un terzo dei decessi (28mila) si è verificato in Lombardia, poco più di 10mila in Emilia, un po' meno in Veneto e in Piemonte. In fondo alla classifica c'è la Val d'Aosta: «solo» 128 morti, ma gli abitanti sono in tutto 125mila. Accanto ai morti ci sono i malati. Fino ad ora sono stati 2,75 milioni, ovvero il 4,1 per cento di chi vive nella Penisola.

Fare un balzo indietro di un secolo, tornare all'influenza «spagnola» che ha segnato la generazione dei nostri bisnonni, può essere utile per avere un termine di confronto. Allora, secondo Emilia Tognotti, docente di Storia della medicina all'università di Sassari, i contagiati furono il 14 per cento della popolazione, i morti tra i 350mila e i 500mila. Un'enormità, se si pensa che a quel tempo gli italiani erano più o meno 35 milioni. Alcune circostanze si rivelarono fatali. Gli assembramenti dell'epoca non erano movida e apericene, ma le feste per la fine della Grande Guerra, le manifestazioni per la liberazione di Trento e Trieste.

Oggi a fare impressione non sono solo i numeri che parlano di lutti. Ci sono anche quelli che rendono l'idea di un Paese sospeso, come quello che abbiamo vissuto per gran parte dei mesi passati. Il traffico, per esempio. Secondo i dati dell'Anas nei giorni più cupi del primo lockdown, tra marzo e aprile dell'anno scorso, si è ridotto del 75 per cento. Poi una lenta risalita, che in estate ha portato la circolazione a un -10 per cento rispetto all'anno precedente. Il secondo lockdown ha frenato di nuovo le auto, con novembre e dicembre a -30 per cento rispetto al 2019.

La conseguenza, in questo caso positiva, è stata una riduzione degli incidenti. Tra gennaio e settembre sono stati 90mila, il 30 per cento in meno che nello stesso periodo dell'anno precedente. Quanto ai morti sulle strade, nel 2019 erano stati 3.173 (2.566 gli uomini e 607 le donne). Era il dato migliore da un decennio a questa parte, ma per il 2020 (i dati definitivi non sono ancora stati pubblicati) le stime parlano di un ulteriore calo del 30. Una buona notizia, per tutti in generale e per le compagnie assicurative in particolare. Il Sindacato degli agenti di assicurazione ha stabilito che solo tra marzo e aprile hanno risparmiato in indennizzi poco meno di 30 milioni al giorno, in tutto quasi 2 miliardi.

«Addà passà 'a nuttata», diceva Eduardo de Filippo. Gli italiani lo sanno e aspettano. Chi ha lavorato in smart working ed è dipendente da un'azienda, i pensionati, chi opera in settori non toccati dalla pandemia, ha continuato a incassare regolarmente lo stipendio. In compenso, aboliti i viaggi e le cene fuori, chiusi i negozi, ha molte meno occasione per spendere. Quanto a investire non se ne parla, prima bisogna essere usciti dal tunnel e vedere che aria tira. Il risultato lo si vede nelle distinte dei conti correnti. I depositi nelle banche italiane (si parla di privati e di aziende) hanno raggiunto il livello record di 1.744 miliardi, l'11,6 per cento in più che nel gennaio del 2020, appena prima della pandemia.

È la dimostrazione che ogni crisi, anche la peggiore, ha sempre due facce, quella di chi vince e di chi perde. Tra questi ultimi ci sono in prima fila baristi e ristoratori. In Italia sono quasi 500mila e nel 2019 guadagnavano tutti assieme la bellezza di 86 miliardi di euro. Ora sono al tracollo: in un anno hanno perso 35 miliardi, poco meno del 40 per cento degli incassi. E il peggio è che sono dati medi. In molti hanno visto azzerare il loro giro d'affari e adesso si chiedono come fare a pagare l'affitto.

Del resto a essere cambiata è la vita degli italiani: il caffè al bar era un rito a cui nessuno poteva rinunciare, ora è un privilegio da raccontare agli amici. Ed è più probabile che il racconto avvenga via social piuttosto che di persona. L'italiano medio trascorre online 2 ore e 46 minuti al giorno, con una crescita del 26 per cento rispetto a prima della pandemia (il dato è di Comscore). L'aumento maggiore, il 38 per cento, riguarda i giovani tra i 18 e i 24 anni, che passano sulla Rete una media di 3 ore e 34 minuti al giorno.

Soprattutto per loro, ma non solo per loro, comprare vuol dire ormai fare un click con il mouse: solo per gli articoli della grande distribuzione l'e-commerce è cresciuto del 117 per cento. Allo stesso modo mangiar fuori vuol dire servirsi di uno dei 30mila raider censiti da una recente ricerca della Cisl (erano poco meno di 20mila 12 mesi fa).

Tra tanti numeri ce n'è uno che ha attirato l'attenzione degli economisti, o almeno di quelli tra loro che guardano al futuro con ottimismo. Arriva da lontano ma potrebbe riguardare anche noi. Una volta terminata la fase acuta della pandemia in Cina le vendite di rossetti e cosmetici di un'azienda come L'Oréal sono cresciute del 27 per cento. Accadde anche in Europa e negli Stati Uniti dopo la «spagnola» ed è considerato il segno della voglia di vivere che prese il sopravvento dopo tanti lutti. Poi arrivarono i «ruggenti anni Venti». Bisogna solo sperare che la storia si ripeta.

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