«Abbiamo sfondato un muro a Los Angeles l’Italia d’oggi»

La Comenicini: «Di solito l’America premia un’epoca diversa». Il produttore Tozzi: «Ora, se vogliamo vincere servono più soldi»

Michele Anselmi

da Roma

E adesso? «E adesso, se vogliamo vincere, bisogna investire molto, molto denaro: noi di Cattleya, Raicinema, ministero ai Beni culturali, Lions Gate (la casa che distribuirà il film negli Usa, ndr). Tutti». Lo scandisce, coi baffetti che ridono, Riccardo Tozzi, produttore di La bestia nel cuore, Don't tell per il mercato statunitense. Accanto a lui, nell'incontro stampa organizzato in quattro e quattr'otto, ci sono Cristina Comencini e Giovanna Mezzogiorno: raggianti, emozionate, anche un po' confuse. Non se l'aspettavano proprio di entrare nella mitica cinquina. Invece, dove hanno «fallito» Piccioni e Giordana, Amelio e Moretti, Tornatore e Benigni (quello di Pinocchio), è riuscita lei, figlia di Luigi Comencini, scrittrice e regista, nonché già nonna. La notizia l'ha colta mentre stava lavorando al montaggio di un documentario sul Ruanda. Confessa: «Pensavo davvero che non ci fossero chance. Mi sembrava d'essere svantaggiata. Sbagliavo. Alla fine il film s'è imposto. Dovunque, nelle cinque proiezioni americane, La bestia nel cuore ha riscosso consensi. Piace la storia, così estrema e cupa, ma ricondotta all'umanità quotidiana dei personaggi, fuori dallo scandalo, con qualche tocco di ironia. Piace la messa in scena, la prova degli attori, l'equilibrio tra tragedia e commedia». Una pausa e poi: «In fondo abbiamo sfondato un muro. L'Italia che si vede nel film è l'Italia di oggi. E voi sapete che gli americani, di solito, ne preferiscono un'altra». Sottinteso: più oleografica e convenzionale, ferma al passato.
«Non me l'aspettavo, ma ci speravo. Quando si gareggia bisogna crederci. Comunque andrà, quella sera a Los Angeles, sarà bellissimo», gongola la Mezzogiorno, jeans strappati, stivaloni scamosciati e maglione blu oversize. Annuisce la regista, via via più combattiva. «Il film ce l'ha fatta da solo. Siamo arrivati a Los Angeles tra gli ultimi, ai primi di gennaio, quando i giochi sembravano fatti. Ma ho capito subito, dalle reazioni del pubblico, che La bestia nel cuore non lasciava indifferenti. Ho ancora nel computer l'e-mail del presidente della Warner Bros: s'era commosso. Eppure mi sembrava che fosse tardi. Ripeto: sbagliavo. Del resto, un amico cartomante mi aveva avvisato. Ce la farai. Eh sì, nell'atteggiamento era giusto essere napoletani, non valdesi».
In effetti, la partita sembrava persa. Pochi i soldi a disposizione, circa 200mila euro, metà dei quali meritoriamente tirati fuori dal ministero (comunque niente per gli standard americani). In più, l'antipatica polemica italiana attorno alla designazione aveva finito con l'avvantaggiare i concorrenti. Quando, la sera del 10 gennaio, i circa 250 giurati dell'Academy sono entrati in sala per la proiezione ufficiale, la penultima della categoria, l'aria che tirava non era delle più incoraggianti. Invece, nel giro di due settimane, La bestia del cuore ha saputo farsi strada tra i 56 contendenti, senza particolari sostegni mediatici o distributivi.
Ci si chiede oggi se sarebbe andata nello stesso modo con Private, il film di Saverio Costanzo designato dall'Italia in un primo momento, poi bocciato dall'Academy per motivi tecnici. Risponde poco diplomaticamente la Comencini: «Non ho niente contro Private, anzi m'è piaciuto. Ma era sbagliato per l'Oscar. Sapete che c'è? Bisogna smontare un certo spirito, non vergognarsi d'essere italiani. Ve la dico tutta: il candidato giusto era il mio». E se le si chiede come si sente a rappresentare i colori italiani nella corsa all'Oscar, risponde con un enigmatico adagio di papà Luigi: «Poco se mi considero, molto se mi paragono».