Addio a don Zuliani

Milano La sua missione si è interrotta, così all’improvviso, in un torrido pomeriggio di luglio. Ma il senso della sua esistenza vive nei «suoi» ragazzi, quei giovani disperati che grazie al suo amore e alla sua saggezza sono tornati alla vita. Si è spento a Conegliano Veneto, in provincia di Treviso, a casa, ovvero alla «Piccola comunità», la struttura di accoglienza per tossicodipendenti ed emarginati che aveva contribuito a fondare nel 1973, don Antonio Zuliani, 89 anni, confidente del premier e amico intimo della famiglia Berlusconi. Si è sentito male poco dopo le 16.30 nel suo umile appartamento, a nulla è servito l’intervento dell’ambulanza, il suo cuore non ce l’ha fatta.
Friuliano, seguace di don Bosco, direttore dell’Opera salesiana di Bolzano, non si è mai sottratto alla sfide. Alla sua opera è dedicato il saggio di Anna Orlando, uscito nel 2008 per i tipi di Canova, Don Antonio Zuliani. Una vita semplice sulle orme di don Bosco. Barba bianca, aspetto determinato, era un uomo di ferro: superato il coma provocato da un incidente, era tornato al suo lavoro, o meglio alla sua missione, pur rimanendo sempre vicino alla famiglia Berlusconi, con cui ha sempre condiviso momenti di gioia e di dolore. Era stato lui a celebrare le nozze del premier con la prima moglie Carla Dall’Oglio, da cui nacquero Marina e Piersilvio, e i matrimoni di Paolo e di Maria Antonietta. Aveva celebrato anche la messa per le «nozze d’oro» di Luigi e Rosa, genitori del premier. Vicino anche nei momenti bui, aveva officiato i funerali dei genitori e della sorella di Silvio e di Paolo Berlusconi.
Aspettava con gioia la visita del premier, per lui «figlio e amico fraterno» che in maggio l’aveva chiamato per avere consigli spirituali. Amico, confessore e consigliere: sapeva sempre cosa dire, consigliava il presidente nella vita privata e nella vita pubblica. Conforto e serenità che riusciva a infondere anche ai suoi ragazzi. «Ragionevolezza, amorevolezza e onestà sociale», valori cui aveva improntato la guida della comunità, lo avevano portato nel 1989, a fianco di don Gigi Vian, a intraprendere una campagna contro la politica della riduzione del danno e poi la distinzione tra droghe leggere e pesanti. «Lo stato non può collaborare a formare degli zombie - diceva - ma deve indicare la strada, mantenere i ragazzi, fuori dalla droga, liberi di agire». Profondo conoscitore dell’animo umano era capace di parlare al cuore delle persone: così ha aiutato migliaia di ragazzi a riacquistare fiducia in se stessi, ed è per questo che le sue toccanti prediche erano sempre seguite da tutta la comunità di fedeli.
«Persona straordinaria per le qualità di educatore e per il generoso impegno nel recupero di persone altrimenti condannate all’esclusione sociale» per il ministro al Welfare Sacconi, «un grande uomo» per il governatore del Veneto Galan. «Parlando con lui - racconta il ministro Zaia - ho sempre avuto l’impressione che avesse uno sguardo lucido e critico in grado di arricchirti dopo ogni conversazione, anche complessa, che lui aveva la capacità di rendere una semplice chiacchierata».

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