Addio alla Kodak: ha fotografato un’epoca

L’azienda fa bancarotta. Vendeva milioni di macchine, ora è stata pensionata dalle digitali

Addio alla Kodak:  ha fotografato un’epoca

Bandiera bianca. La resa certifica la fine di un’epoca che, in verità, aveva cominciato a declinare già da qualche anno. Ieri la Kodak ha dichiarato bancarotta. Per gestire l’amministrazione controllata (nel gergo degli economisti si chiama Chapter 11) ha ottenuto un prestito da Citigroup di 950 milioni di dollari. Ma questo riguarda la Borsa e i 19mila preoccupati dipendenti che ancora lavorano per il colosso mondiale della fotografia. Un’azienda con 131 anni di storia, essendo stata fondata nel 1881 da George Eastman. Il quale aveva deciso di chiamarla così perché quell’espressione riproduceva il rumore che faceva la sua macchina fotografica: kodak. «A quell’epoca non c’erano ricerche di mercato ma pura genialità», taglia corto Oliviero Toscani: «Io sono cresciuto a pane e Kodak».

Anche per noi, fotografi da gita domenicale e turismo famigliare, finisce un’epoca. Ma che fosse finita già da qualche anno lo mostrano le nostre case e le nostre abitudini. Le foto di gruppo e i ritratti esposti sul tavolino in salotto vanno scomparendo. Gli album sono preistoria. Come le serate di diapositive, magari un po’ pallose, che però avevano un loro perché. Si scrutavano quelle immagini nel buio squarciato dal raggio del proiettore, o dentro la cornice o sfogliando le pagine dei raccoglitori. E ne scaturiva un amarcord, una risata, un tormentone. Era anche un modo diverso di fotografare, visti i costi di sviluppo: un rullino di 24 o 36 pose andava sfruttato al meglio.
Sembrano cambiamenti marginali, cose minime. In realtà sono piccole-grandi rivoluzioni del quotidiano. L’unica salvezza è che non sono mai repentine, si affermano gradualmente. La pellicola è sparita progressivamente. Come avvenne con il vinile e il passaggio alle cassette e poi al cd. Infine, all’i-pod e al download della musica dalla rete.

Negli anni ’70, quando la Polaroid introdusse una specie di scatola che sputava subito la foto appena scattata ancora umida ma già sviluppata, si scatenò una guerra all’ultimo click. Riguardava le fasce più basse del mercato, ma l’azienda americana replicò con la «Kodak Instant» e le pellicole autosviluppanti. Senza riuscire a spuntarla. Ad assestare un altro colpo sul terreno dei rullini, che fino a quel momento era stato monopolio Kodak, arrivarono le case giapponesi. Negli ultimi anni la Eastman Kodak Company aveva tentato di mettersi al passo con le nuove tecnologie. Diversificando l’offerta, sviluppando i settori dei macchinari e delle stampanti. Con scarsi risultati.
L’avvento del digitale aveva cambiato tutto. Adesso si scatta senza pensarci, a raffica, le nuove macchine contengono migliaia di pose. Si scorrono veloci e con un click si eliminano. Non parliamo dei cellulari e degli smartphone. Solo una piccola parte viene scaricata per molto ipotetiche visioni al computer insieme ad amici o famigliari. Ancora più eventuale l’uso delle cornici elettroniche, nuovo gadget dell’era iper-techno. Lo sviluppo casalingo delle foto, con la carta delle stampanti normali, poi è deludente. E allora si ricorre nuovamente ai fotografi specializzati che nel frattempo si erano convertiti ad altri mestieri e che ora magari riaprono la camera oscura nel retrobottega del bazar o della cartoleria.

Un marchio che negli anni aveva sponsorizzato Olimpiadi e Mondiali di calcio e dato il nome al teatro degli oscar di Los Angeles è stato fagocitato dal progresso. «Quell’azienda è stata uccisa dal marketing», osserva Toscani. «Il profitto si fa grazie alla passione, come quella del geniale fondatore della Kodak. Invece oggi tutto è in mano ai bocconiani». Che noi, gente comune, ne guadagniamo davvero è tutto da dimostrare.

Qui in

redazione, vicino al computer, ho una foto della mia famiglia che risale all’èra del rullino. Quasi ogni giorno mi dicevo, “devo aggiornarla, devo scegliere un’immagine più recente”. Chissà, forse adesso deciderò di tenermela.

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