Adesso Al Fatah vuole tutta Gerusalemme

Betlemme è tutt’altro che quel luogo di pace che tanti cristiani sognano e, in questi giorni, meno che mai. Proprio da qui, da quella che è stata (e che continuerà, per cercare di sedare gli scontri, ancora fino a martedì prossimo) la prima convenzione di Fatah in venti anni, oltre alla rielezione bulgara di Abu Mazen avvenuta ieri, potrebbe scaturire una terza intifada. Non è mancato nessuno dei classici segnali del regresso e di un totale rifiuto del dialogo: il documento di ieri invita a sacrificarsi, ovvero a perpetrare atti di terrorismo, fin che Gerusalemme non sarà interamente, anche nella sua parte ovest, anche dentro la Linea Verde, consegnata ai palestinesi: fino ad allora Fatah, la parte moderata rispetto a Hamas, non si siederà a parlare con gli israeliani. Una linea inusitata, che dichiara guerra fino a che vivrà non solo l’ultimo israeliano, ma anche l’ultimo ebreo: Gerusalemme è nelle sue preghiere tre volte al giorno da che mondo e mondo, citata 622 volte nella Bibbia e migliaia di altre volte con altri nomi. O semplicemente, è la capitale adorata di Israele, dove gli ebrei sono rimasti maggioranza persino negli anni in cui tutti l’avevano abbandonata. «Una città di pietra con occhi di pietra e un cuore di pietra» come dice Mark Twain che la visitò stupefatto, oggi un giardino aperto a tutte le fedi.
I documenti della Convenzione ripropongono la lotta armata, la resistenza (tutti sinonimi di terrorismo), il diritto al ritorno (sinonimo di distruzione demografica dello Stato d’Israele). Molto tempo si è dedicato alla teoria per cui Arafat sarebbe stato ucciso da una congiura fra Abu Mazen e Sharon; personaggi considerati moderati come Mahmoud Dahlan hanno ricordato che di giorno Arafat condannava gli attentati, ma di notte «si dedicava a onorevoli attività». Più di ogni altra cosa parla l’accoglienza da eroe tributata a Khaled Abu Usba, che nel marzo del 1978 partecipò all’eccidio di 35 passeggeri di un autobus.
Nonostante la politica della mano tesa di Obama, in questi giorni non c’è stato nessuno alla conferenza di Fatah che si sia proposto come un alfiere di pace, che abbia sostenuto la proposta di parlare, almeno parlare, con Israele. Di nuovo, la leadership palestinese di fronte al mero tema dell’esistenza di Israele, sembra accendere la miccia del terrore come al tempo di Camp David, quando il rifiuto di Arafat fu accompagnato dalla seconda Intifada, o quando dopo lo sgombero di Gaza si è intensificato il bombardamento con i Kassam, fino alla guerra. Adesso, Netanyahu ha dichiarato che è d’accordo per due Stati e due popoli, le misure di alleggerimento dei check point permettono una vita molto migliore, si è aperto un grande centro acquisti a Nablus, a Ramallah si esce la sera, i caffè sono pieni fino a tardi in buona parte del West Bank, si gode la speranza che questo preluda a colloqui. Ma quando c’è un segnale che la pace possa avanzare, si ripresenta la dinamica tradizionale nel mondo arabo: gli autocrati si mettono in gara con i teocrati, Fatah compete con Hamas che la sfida non solo a Gaza ma anche nel West Bank, la parte laica accusata di corruzione vuole dimostrare che è sua la politica più antisraeliana, più aggressiva, più antioccidentale e anche carica di odio antisemita. Nei dintorni, i segnali sono gli stessi: gli Stati Uniti cercano una politica araba incoraggiante perché Israele conceda il più possibile e il più rapidamente possibile: ma nonostante il viaggio di Mitchell, il ministro degli Esteri giordano Nasser Judeh dichiara che Amman non vuole migliorare i rapporti con Israele; Saud al-Faisal dall’Arabia Saudita dice che non ci sarà nessuna politica di pace step by step; Bashar Assad non vuole parlare con Israele a meno che, prima, non si impegni a lasciare il Golan; gli Hezbollah seguitano a ricevere armi molto avanzate dall’Iran. In realtà, la faccia dura e feroce dell’Iran è la vera pietra di paragone.

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