Affari di cuore al «Mercato della poesia»

Parigi, place Saint-Sulpice, 24 e 25 giugno scorsi: la piazza sulla Rive Gauche si anima di un centinaio di stand di editori francesi più o meno piccoli e delle loro libresche mercanzie per il 23º «Marché de la Poésie»: un evento che si perfeziona con una serie di incontri, ovvero letture di poesie qui e in altri luoghi della città. L’apertura è affidata a Bernard Noël, il «poeta laureato» di Francia, che legge da Le sillon des sens, appena uscito dalle edizioni Fata Morgana. La novità quest’anno sono i poeti ospiti, rigorosamente francofoni, giunti da terre lontane: il tema dell’edizione è «Isole e penisole, vicine e lontane». Tra i protagonisti, Boris Gamaleya, giunto dalle isole de la Réunion, con la sua «poesia delle origini», ma rivisitata in senso poetico (la poesia quale esercizio di sopravvivenza): «Adieu, mes origines, j’ai tout reinventé». Gamaleya canta l’esilio dei suoi padri malgasci, che ai Caraibi giunsero schiavi; per aprirsi a una visione del mondo in cui si fondono lingue, razze e religioni, in una babelica «universale geopoetica». Alcuni suoi libri come La mer et la memoire e Les langues du magma sono stati accostati all’opera di Pound. A forti tinte sociali, nel riscatto, attraverso la parola, di un Paese massacrato, è la poesia del malgascio Hery Mahavanona. Anche per lui la parola poetica si configura come vitale (Urgence d’ecriture è la sua prima silloge): e si tratta di testi che spirano il sentimento di appartenenza alla sua terra (il francese è sovente contaminato dalla lingua antica degli altipiani, il tanal), e coi quali intende richiamare alla dignità un popolo di antichi guerrieri («costretti a vendere a vile prezzo/ la ricchezza delle loro foreste»), oggi stremato dalle carestie, dalla malattia, dalle catastrofi naturali: eppure questa terra devastata «ogni anno/ risorge dalle sue ceneri», «perché siamo una razza», come scrive in una lirica in cui sfida il ciclone a colpire e a colpire ancora, «che non muore mai». Straordinaria la performance di una vecchia conoscenza: Serge Pey, uno dei maggiori poeti performativi nel mondo, poeta-sciamano che usa la parola in senso magico e incantatorio: i suoi recital impressionano per la potenza che promana dalla sua voce, che si leva in un crescendo di toni, accompagnata da strumenti come il tamburo, o i campanelli, o subitamente sprofonda in un basso continuo, ipnotico. Pey è di quelli che compiono ardui percorsi poetici, in luoghi inaccessibili o fra i resti precristiani nel Sud della Francia, dove vive; è di quelli che si arrampicano sui menhir, e se un timido guardiano gli chiede se ha il permesso, risponde tonando: «La poesia non ha bisogno di permessi!». Per l’Italia, e per una sua isola - la Sardegna - c’è naturalmente Alberto Masala; con i musicisti che lo accompagnano, i ritmi serrati di una versificazione che si basa su un evocatorio impasto linguistico, quasi a riassumere in sé ogni idioma del mondo: il sardo, innanzi tutto, ma poi il francese, il catalano, il castigliano e l’italiano. Di Masala è tradotto in francese un solo libretto, Taliban, scritto e venduto per aiutare il movimento di liberazione delle donne afghane. Tra gli editori presenti in piazza, molti si occupano di letteratura e poesia italiane: dal veterano Allia, di Gérard Berréby, che da decenni traduce e pubblica testi di importanti autori italiani del ’900 (da Gadda alla Campo, da Landolfi a Solmi), e che si è dedicato anima e corpo a Leopardi, ponderosi epistolari compresi (nelle ottime traduzioni di Monique Baccelli). E ancora le classiche edizioni del Mercure de France, con la loro costante attenzione al nostro Paese (in uscita quest’anno un volume di Maria Luisa Spaziani). Vi sono poi alcuni editori di minore visibilità, che compiono tuttavia un lavoro prezioso: Fata Morgana, ad esempio, che propone Eugenio Montale (La farfalla di Dinard), o testi meno noti come le poesie di Filippo De Pisis, con un traduttore d’eccezione come André Pieyre de Mandiargues. O la Casa Verdier, che ha una nutrita sezione italiana, e di ottimo livello - per la quale il maggior lavoro di traduzione è stato fatto dal valoroso Bernard Simeone, precocemente scomparso -, e propone, accanto ai Biamonti, Caproni, Luzi, Nigro, Ortese, Rea, Sereni, Bufalino, autori ex-centrici, come Silvio d’Arzo o Arturo Loria, autori «per pochi» in Italia, e il secondo a torto ormai quasi dimenticato. Verremo a leggerlo in francese, dunque.

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