Alex e il suo cane andavano per campanili

Nelle notti di tramontana quando il vento percuoteva le torri e infilava i caruggi, scuotendo in alto le grondaie, e il cielo, stretto fra i palazzi, mostrava solo un lembo di stelle, Alex andava per campanili.
Solo se c’era la luna poteva verderli, ma se ne fidava lo stesso: erano campanili complici, come le torri e gli archivolti, dove il vento frenava l’impeto e sollevava cartacce.
In giro c’erano solo loro, gli africani malamente difesi dal freddo, che arrancavano coi loro borsoni verso gli improbabili dormitori, e le nervose pattuglie di poliziotti in tenuta da rambo.
Erano una bella coppia Alex ed il suo cane.
Tanto tempo prima era stato un lupo alsaziano, solido e minaccioso, ma ora arrancava sull’anca sciancata - lo chiamavano tre cilindri - e aveva il muso bianco, da vecchio.
Alex cercava un’osteria, un bar, un pub, un qualunque buco buono per un bicchiere di vino o di liquore e scandiva le bevute contando campanili e torri.
Quando finiva il giro non aveva più freddo, e andava immaginando imprese, salvataggi, interventi decisivi, azioni estreme che inevitabilmente lo portavano a punire la protervia dei suoi nemici arabi, o gli africani neri.
Quella non era sera di tramontana, era peggio: il vento ti sbatteva in faccia la pioggia in folate tanto gelide che sembrava neve; metà dei lampioni erano spenti e l’altra metà si agitava in una luce senza vita.
«La Madonna che tempo bastardo - borbottava Alex, e poi al cane - e tu non farla eh, non farla, tientela bene che poi la molli a casa...» perché il cane, quando pioveva, non combinava niente, e girava gli occhi verso il padrone per dirgli che lui ci provava, ma non gli riusciva, proprio non gli riusciva.
«Mollala» ringhiava Alex, ma il vecchio lupo niente, magari era la prostata, pure lui.
Ormai erano a casa, una stamberga che dava su un vicolo storico e lercio, dove Alex viveva da solo, dopo che anche la moglie lo aveva lasciato.
Prima i figli e poi la moglie: il cane invece resisteva. Forse, a modo suo, era anche felice, perché botte Alex non gliene aveva mai date.
Davanti al vicolo c’era uno slargo dove parcheggiano abusivamente due auto e un’Ape, una piazzetta buia per via dei lampioni bersagliati dai pusher.
Alex conosceva le leggi dei caruggi, anche se non c’era nato, e sapeva che non doveva fermarsi al lamento che saliva dietro al parcheggio abusivo, perché c’era altra gente, perché non era un suo problema, perché da casa poteva sempre dirlo al 112.
Ma quella sera il giro per campanili era stato proficuo, almeno dieci, tra bar ed osterie, e poi il freddo gli aveva messo addosso un’ansia, una smania di rivincita verso il mondo intero.
Figuriamoci poi se il lamento era di donna.
Per un po’ ristette dinnanzi alla piazzetta, poi fece un passo verso il buio.
E dal buio giunsero conati di vomito e ancora lamenti e poi ancora conati.
S’accese la fiammella d’un accendino, e ci fu un parlottare sommesso e gutturale.
Ne intravide quattro: la ragazza era a terra; distesa.
Fece ancora un passo e il vecchio cane drizzò il pelo con un lungo ringhio profondo.
E poi dal buio emerse un volto ma Alex ne vide solo gli occhi, a due palmi dai suoi.
Nerissimi, profondi, mortalmente spalancati su di lui.
Fu detto qualcosa in quella lingua gutturale, forse un ordine, forse una minaccia.
Alex si fermò: gli occhi davanti a lui lo fissarono ancora, poi si ritrassero nel buio.
Alex si girò lentamente, trovò la chiave nella tasca del giaccone sfondato, aprì il portone.
Lo rinchiuse dietro di sé, piano.
I conati di vomito erano cessati.