Quando Alex Karp, il Ceo di Palantir, entra nella stanza, Louis Mosley è seduto in una posizione piuttosto scomoda. Nervoso, teso, sa che con lui, sia pure solo in spirito, ci sono a perseguitarlo il fantasma di suo nonno e l'ombra di un cognome ingombrante. Perché Louis, brillante dirigente di orientamento conservatore, è consapevole che la sua carriera politica è stata già annientata da Oswald, suo nonno.
Oswald Mosley è esattamente quell'Oswald Mosley, il fondatore della British Union of Fascists, simpatizzante di Mussolini e poi persino di Hitler. Le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, figuriamoci quindi quelle dei nonni sui nipoti. Però che Louis si dedichi alla politica non appare salutare e i Tory gli hanno negato qualunque sviluppo di carriera. Probabilmente, pensa il giovane, andrà meglio con le imprese tecnologiche, specialmente se americane. Attende qualche domanda, in fondo quello è un colloquio di lavoro per essere assunto da Palantir: Karp lo guarda e inizia a declamare un discorso del nonno Oswald. Un lungo sermone hitleriano, e non si limita a poche parole ma va avanti per interi minuti. Lo conosce tutto.
Louis è allibito e pallido come un cencio, quel genere di trattamento gli sembra preludere a un nemmeno tanto garbato "grazie, le faremo sapere". In realtà poi Karp lo assume e lo fa addirittura divenire Presidente del ramo d'azienda europeo, con sede in Inghilterra, di Palantir, e vicepresidente esecutivo globale della società fondata da Peter Thiel e dallo stesso Karp nel 2003. Tempo dopo, di ritorno a Londra, colloquiando con un consulente di Palantir, gli chiede se fosse a conoscenza dei trascorsi familiari del giovane. "L'uomo rispose di sì, ma aggiunse: Be', tutti abbiamo qualche scheletro nell'armadio. Karp lo guardò con disgusto. Uno scheletro? ribatté incredulo. Quell'uomo ha nell'armadio Godzilla".
Uno degli episodi più incredibili della biografia di un personaggio altrettanto incredibile: Alex Karp. Arriva in Italia, per la Foglio Edizioni, nella traduzione di Marta Salaroli, Il filosofo nella Valley, di Michael Steinberger, giornalista del New York Times che con l'amministratore delegato di Palantir ha trascorso molto tempo. Figlio di una coppia cosmopolita, intellettuale e di sinistra, il giovanissimo Karp appare la negazione quasi ontologica di quel capitalismo della sorveglianza che, secondo molti, Palantir incarnerebbe. D'altronde, lui e Thiel, che si conoscono a Stanford durante gli anni dell'università, non hanno esattamente milieu ideologico similare ma condividono una certa ritrosia per le relazioni inter-personali futili; preferiscono leggere compulsivamente, stare sulle loro e interessarsi di problemi di natura filosofica e concettuale. Karp d'altronde è pesantemente dislessico e per lui lettura e scrittura sono fatiche erculee; ogni metro di sapere intellettuale conquistato è una guerra totale, che però lo abitua, nella maniera più dura possibile, a non dare mai nulla per scontato.
In fondo, Thiel scriverà nel suo best-seller sulle start-up, Da zero a uno, "oggi nella Silicon Valley, gli individui con incapacità sociali tipo sindrome di Asperger sembrano essere avvantaggiati". Quell'apparentemente bizzarro sodalizio sarà destinato a cambiare in maniera radicale il mondo della tecnologia e in certa misura la stessa logica del governo americano, sempre più legato alle piattaforme di Palantir. Quella di Steinberger è al tempo stesso biografia di Karp e storia di Palantir, e proprio per questa stringente connessione è probabilmente uno dei libri più importanti di questi ultimi anni, contraddistinti dall'emersione potente del "capitalismo politico". Perché per capire davvero Palantir, non si può prescindere dal conoscere, quasi intimamente, il pensiero e la vita di Peter Thiel e di Alex Karp. Appassionato lettore di filosofia, un dottorato a Francoforte in teoria sociale, tesi discussa con la sociologa post-freudiana Karola Brede e qualche contatto intellettuale con Habermas, Karp appare il più improbabile tra i Ceo del Tech. Ma d'altronde lo stesso Thiel arriva da un background simile, studi di legge e filosofia, sotto gli auspici di Girard. La tesi di dottorato di Karp riguarda l'antisemitismo secondario e la aggressività latente nella condizione umana, un elaborato scolpito nel pensiero di Adorno, Parsons, Girard.
Qualcuno, come la storica Moira Weigel, ha letto in quelle pagine l'anticipazione della funzione di Palantir, argine contro la violenza intimamente connaturata all'essere umano e allo spirito di morte che pervade una parte d'occidente. Forse un po' troppo ma scorrendo le lettere che Karp spedisce agli azionisti di Palantir, tra una citazione di Sant'Agostino e una di Huntington, si apprezza ancora meglio l'idea di un filosofo nella Silicon Valley.
Parallelamente alla vita, agli studi, agli amori, molti, confusi e alla teoria sulla monogamia geografica che porta ad avere compagne multiple ma a latitudini diverse, alla smodata passione per arti marziali e sci di fondo, Steinberger ripercorre la crescita di Palantir. Una crescita che è merito, anche, della gestione di Karp.
Non è un ingegnere, né un informatico, ha certamente esperienze da investitore ma quando Thiel nel 2005 lo promuove a Ceo della allora giovanissima start-up gli analisti strabuzzano gli occhi e preconizzano un veloce fallimento. Avevano torto, come sovente avviene quando ci si confronta con le scelte imprenditoriali di Thiel. Perché Karp è brillante, ai limiti del geniale, nel selezionare personale e talenti, e nel saper tradurre ai potenziali acquirenti in maniera chiara ciò che Palantir davvero offre.
La società, con sede da poco trasferita a Miami, non ha mai avuto, per scelta, una divisione vendite: secondo i fondatori avrebbe impattato negativamente sui processi innovativi.Non serve, comunque. E leggendo questo libro lo capirete: basta Karp, filosofo, rockstar, amministratore delegato, venditore, a suo modo politico, intransigente e provocatorio difensore d'Occidente.