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Scala tutte le vette più alte del mondo in sei mesi: "Gli altri ci hanno messo anni"

La folle impresa del nepalese Nirmal Purja, che nel 2019 ha infranto ogni record precedente: "Mi avevano detto che sarei morto nel tentativo"

Scala tutte le vette più alte del mondo in sei mesi: "Gli altri ci hanno messo anni"

C’è un sottile cono d’ombra che separa l’ambizione dall’hybris, il coraggio dal puro delirio. Gli alpinisti lo chiamano “zona della morte”. Si trova lassù, oltre gli ottomila metri, dove l’aria si fa rarefatta, l’ossigeno diventa una chimera e il freddo addenta le ossa fino quasi a spezzarle. Qui l'essere umano non è semplicemente previsto. Non è gradito. Quella linea di confine, nel 2019, è stata tuttavia definitivamente polverizzata dai passi ritmici, folli e inesorabili di un uomo solo.

Si chiama Nirmal Purja

Nims, per chi ha il privilegio di stargli a fianco. Segnatevi questo nome, perché la storia dell’alpinismo, e forse la storia stessa dell'ostinazione umana, si divide tra un prima e un dopo di lui.

Quattordici vette affrontate

Tutti i giganti di ghiaccio e roccia che punteggiano il tetto del mondo. Il mostro sacro Reinhold Messner ci mise sedici anni a domarli, inaugurando un'era. Il polacco Jerzy Kukuczka, leggenda d'acciaio, ci impiegò poco meno di otto anni. Il nepalese Nirmal Purja, ex soldato d'élite della brigata Gurkha e delle forze speciali della marina britannica (Sbs), ha divorato l'intero firmamento himalayano in una sola, allucinante stagione: dal 23 aprile 2019, giorno della prima vetta sul potenzialmente fatale Annapurna, al 29 ottobre dello stesso anno, quando i suoi ramponi hanno graffiato la cima dello Shishapangma. Centottantanove giorni in tutto. Sei mesi e poco più per dare un senso compiuto a quello che lui stesso, con la lucida sfrontatezza dei predestinati, aveva battezzato Project Possible.

“Mi avevano detto che sarei morto nel tentativo, che era una follia”, ha ricordato giunto al termine dell’assurda traversata. Sì, gli dicevano che le montagne avrebbero preteso il loro inevitabile dazio di sangue. Che il corpo umano, per quanto addestrato alle macerie della guerra, non può reggere lo sfinimento di una maratona verticale così furente. Purja ha risposto scrollando le spalle: ha ipotecato casa, mollato un lavoro sicuro nell'esercito di Sua Maestà e si è lanciato in una sfida apparentemente infattibile.

Prima di trasformare l’utopia in calendario, però, c’è stato un lavoro oscuro, metodico, quasi monastico. Anni di disciplina militare nelle file dei Gurkha e dello Special Boat Service britannico, selezioni feroci, addestramenti al limite dell’umano. E poi la preparazione specifica: acclimatazioni forzate, salite e discese ripetute per educare il corpo alla rarefazione, tabelle di resistenza calibrate al millimetro, studio ossessivo delle finestre meteo e della logistica tra Nepal, Pakistan e Tibet. Ogni dettaglio pianificato, ogni grammo pesato, ogni errore preventivato. Perché a quelle quote l’improvvisazione è una sentenza.

In mezzo a quell’arco temporale che pare irreale, Purja ha inanellato cime che per altri rappresentano il traguardo di una vita intera: il K2, la montagna degli italiani e delle tragedie annunciate, domato in luglio in condizioni tutt’altro che benevole; l’Everest, salito con una rapidità che ha fatto impallidire le spedizioni tradizionali; il Kangchenjunga, remoto e insidioso; il Lhotse e il Makalu, sentinelle severe dell’Himalaya orientale; il Dhaulagiri e il Manaslu, labirinti di ghiaccio e seracchi; fino al temibile Nanga Parbat in Pakistan, la “montagna assassina”, che non concede sconti né seconde possibilità. Ogni vetta un carattere diverso, ogni parete una lingua da imparare in fretta. E lui, instancabile, a dettare il ritmo come un metronomo impazzito sospeso tra cielo e abisso.

Non sono mancati i momenti in cui la montagna ha presentato il conto. Tempeste improvvise, code interminabili sull’Everest che trasformavano la vetta in un pericoloso imbuto, compagni trovati allo stremo e strappati al gelo con manovre disperate. Il tempo che sfuggiva, i permessi che scadevano, gli infortuni che minacciavano di frantumare il ritmo acquisito. La pressione mediatica, le critiche sullo stile, il sospetto insinuato da chi attendeva il fallimento come una conferma. In più di un’occasione il Project Possible ha vacillato sul crinale sottile tra determinazione e tracollo. Ma è proprio in quelle crepe, in quella fatica estrema, che Purja ha trovato la materia prima della sua ostinazione.

Perché non si tratta soltanto di un titanico primato sportivo. Qui c’è in gioco molto di più. È una rivincita antropologica, sociale, culturale. Per decenni, per un secolo intero, i portatori nepalesi, i formidabili sherpa, sono stati i fantasmi invisibili delle grandi spedizioni occidentali. Muli d'alta quota, sacrificabili e sottopagati, utili per piazzare corde fisse e trasportare bombole, così da far risplendere l’ego del sahib bianco di turno in favore di telecamera. Con questo record, il paradigma è saltato in aria. Il re assoluto della montagna non viene da un circolo esclusivo europeo. È un figlio del Nepal profondo, nato nel distretto di Myagdi. Uno che forse per estrazione sociale lassù non era contemplato, ma ci abita lo stesso.

C’è un ritmo febbrile, quasi ipnotico, nella cavalcata autunnale di Nims. Un colpo di piccozza, un respiro. E in mezzo a questo vortice, Purja ha persino trovato il tempo di fermarsi, mettendo a rischio il suo stesso progetto, per soccorrere e sottrarre alla morte altri alpinisti sorpresi in grave difficoltà termica. Lo hanno criticato, i puristi del rito alpino da salotto. Gli hanno rinfacciato lo stile d'assalto e l'uso dell'ossigeno supplementare nelle fasi più estreme. Ma l'invidia, si sa, è il pedaggio che il talento deve pagare alla mediocrità. E le dissertazioni evaporano come neve al sole di fronte all’enormità del gesto.

Nirmal Purja ha scalato i nostri pregiudizi

ha picconato il nostro senso del limite. Ha stretto la presa attorno alla parola “impossibile” e l'ha sbriciolata sotto i ramponi.

In un’epoca stanca, intorpidita, rassegnata al cinismo e al ribasso delle aspettative, quest’uomo dal sorriso largo ci ricorda una verità tanto antica quanto rivoluzionaria: siamo nati per guardare in alto. E qualche volta, se abbiamo il coraggio disperato di provarci, persino per toccare il cielo.

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