AMORE e PSICHE A MILANO

Se ai celebri gruppi scultorei del Canova rappresentanti il mito di Amore e Psiche volessimo accostare dei versi moderni, forse i più adatti sarebbero quelli di un poeta del Novecento come Vittorio Sereni. «Ma nulla senza amore è l'aria pura / l'amore è nulla senza la gioventù» (da Gli strumenti umani).
Nei due innamorati che si sfiorano, esposti a Palazzo Marino, e ancor più nell'altro famoso gruppo, anch'esso del Louvre, in cui il dio alato cinge con le braccia Psiche, si celebra l'impulso perenne di Eros cogliendolo nel momento che precede l'atto d'amore. Ma ad essere rappresentata non è soltanto l'eternità del desiderio: è anche l'inganno inesorabile della giovinezza, lo sbocciare primaverile di due corpi perfetti, eternati nel marmo morbidissimo e luminoso, un attimo prima che l'incanto svanisca. L'amore è nulla senza la gioventù.
Eppure la scultura che nell'immaginario collettivo «è» per tutti Amore e Psiche, raffigura in realtà un episodio meno conosciuto e rappresentato delle Metamorfosi di Apuleio, quando Amore, ritornato all'Olimpo, ne ridiscende in volo per sottrarre alla morte con un bacio l'amata.
Nella sua vita millenaria la fiaba di Apuleio ha visto infatti innumerevoli rappresentazioni. Una bella mostra tenutasi a Roma a Castel Sant'Angelo nella primavera di quest'anno («La favola di Amore e Psiche. Il mito nell'arte dall'antichità a Canova») ne testimonia l'esistenza ancor prima del racconto di Apuleio, già documentato in opere d'arte egizie. E già nell'arte greca Psiche, raffigurata con ali di farfalla, è il simbolo dell'anima che aspira al divino, così come la fanciulla del mito affronta dure prove per ricongiungersi allo sposo ultraterreno, in un percorso iniziatico. Di volta in volta le opere d'arte dell'antichità hanno sottolineato e rappresentato un aspetto del racconto mitico, celebrando ora il valore dell'amore coniugale, ora il trionfo della bellezza di Psiche che vince contro le invidie di Venere... Ma lo spirito dell'opera canoviana (del resto ispirata alle pitture erotiche di Pompei) è già presente nei due fanciulli alati di terracotta (I secolo avanti Cristo), conservati al museo archeologico della città macedone di Pella.
Nel Medioevo il mito di Psiche conosce un periodo di oblio per risorgere prepotentemente nel Rinascimento imbevuto di cultura neoplatonica. La mostra romana è stata infatti allestita in occasione del restauro degli affreschi che il pittore toscano Perin del Vaga dipinse a Castel Sant'Angelo, chiamato dal papa Paolo III a decorare le sale della rinnovata fortezza. E lì l'artista realizza un lungo fregio nella sala chiamata appunto «di Psiche». Ma la rappresentazione forse più sontuosa si deve a Giulio Romano nella «Camera di Psiche» affrescata a Palazzo Tè nella prima metà del '500. Qui la fiaba diventa una celebrazione quasi ostentata della sensualità, un banchetto degli dei dove Amore e Psiche trionfano accanto alla loro figlia che non a caso si chiama Voluttà. E la sensualità diverrà anche il filo conduttore delle rappresentazioni in epoca barocca, quando gli artisti si concentrano su un altro aspetto della favola: il momento in cui Psiche scopre chi è veramente il suo sposo. Cupido aveva infatti celato alla sposa umana la sua natura divina. La raggiungeva di notte e scompariva al chiarore dell'alba. Non reggendo alla curiosità una notte Psiche accende una lampada per vedere l'amante. Ma in quel momento lo perderà. Simbologia a parte, il tema «della lampada» consente agli artisti la rappresentazione di atmosfere di soffusa sensualità. Fra i dipinti più seducenti e noti quello di Jacopo Zucchi (1589) conservato alla Galleria Borghese e Psiche scopre Amore del pittore parigino Simon Vouet conservato al Musée des Beaux Arts di Lione. Nel quadro di Zucchi, tra tendaggi e ghirlande di fiori, Psiche getta la luce della lampada su Amore che si ridesta, mentre nel quadro di Vouet, tra forti chiaroscuri, Psiche contempla affascinata il corpo perfetto del bellissimo dio dormiente. In epoca neoclassica la rappresentazione torna alle fonti antiche, rinnovate dalla nuova sensibilità che attraverso il virtuosismo esecutivo, dona alla pietra una perfezione illusionistica. Così nel marmo Cupido rianima Psiche svenuta del pittore danese Bertel Thorvaldsen, approdato a Roma da Copenhagen alla fine del Settecento, sedotto come tanti dalle sirene della classicità.
Allo spirare dell'800, l'arte europea vive un'appassionata nostalgia verso le grandi epoche della cultura tardomedioevale e del primo Rinascimento (i Preraffaelliti) e rilegge i miti antichi alla luce del simbolismo.

Se ai primi del secolo nella visione di Heinrich Fuessli (1810) la scena di Cupido che tiene tra le braccia Psiche svenuta assume i colori lividi dell'incubo, nel preraffaellita inglese Edward Burne Jones, (Cupido ha trovato Psiche 1865) i due pallidi protagonisti esprimono un'estenuata attrazione verso il mito decadente di Amore e Morte.

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