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Anche Obama ci crede: «Recessione finita»

Ecco, forse ci siamo: gli Stati Uniti stanno per superare il Tourmalet della crisi. Anche se c’è ancora un intero Paese che arranca sui tornanti della disoccupazione e ancora non si vede il traguardo della ripresa, siamo «all’inizio della fine della recessione». È un messaggio di speranza quello che Barack Obama affida da Railegh, North Carolina, a un’America meno certa delle capacità taumaturgiche di un presidente ormai consapevole che sulla luna di miele post-elettorale stanno scorrendo i titoli di coda. Lo dicono i sondaggi, quel venir meno di consensi nelle ultime settimane, uno sgocciolare continuo capace di far scendere il termometro della sua popolarità dal 66% di maggio all’attuale 54%.
Obama dovrebbe agire in fretta per riguadagnare terreno. Ma sul fronte politico, a causa dei contrasti perfino nella sua stessa maggioranza, ha già dovuto prendere atto che il voto sulla riforma sanitaria non arriverà prima di ottobre. Ben più lunghi saranno però i tempi di recupero successivi al ciclo recessivo, con ancora più gente a spasso e con il tasso di disoccupazione verosimilmente destinato a superare il 10%. «Perdiamo posti di lavoro - ha detto ieri il successore di Bush - a un ritmo che è quasi la metà di quello che avevamo quando ho preso l’incarico sei mesi fa. Potremmo cominciare a vedere la fine della recessione, ma questo è di poco conforto se avete perso il lavoro e non ne trovate un altro». Ed è soprattutto ai 15 milioni di jobless, a quell’esercito di licenziati particolarmente nutrito proprio in North Carolina (11% il livello della disoccupazione), che sembra rivolgersi Obama quando torna a difendere i ripetuti salvataggi, effettuati con i miliardi dei contribuenti, delle banche responsabili del disastro. Non c’era scelta: solo così è stato possibile sbloccare il credito e dunque evitare che «la recessione si trasformasse in depressione». Neppure per General Motors e Chrysler c’erano alternative al bail out, al soccorso prestato ancora una volta attingendo dalle esauste casse federali: «Un loro collasso sarebbe stato una catastrofe per l’economia». La Casa Bianca si aspetta comunque che le ex big di Detroit «restituiscano i prestiti ricevuti».
Assieme alla disoccupazione montante, l’esplodere del disavanzo è un’altra spina nel fianco del presidente Usa. A fine anno, il deficit toccherà i 1.800 miliardi di dollari. È un problema, ma non solo per gli Stati Uniti. Nel giugno scorso il ministro del Tesoro, Tim Geithner, aveva dovuto rassicurare i cinesi, seduti su una montagna di dollari, mentre sui mercati si rincorrevano le voci sulla possibilità di mettere sotto osservazione del debito Usa, con il rischio di un declassamento della tripla A simbolo di solidità ed eccellenza finanziaria di uno Stato sovrano. Non è però ancora tempo di riaggiustare gli squilibri di bilancio, di tirare la cinghia per contenere la spesa pubblica. «Sarebbe un errore, non lo possiamo fare finché l’economia uscirà dalla recessione», mette le mani avanti Obama, che ha definito «un poco sorprendente» il titolone «Recession is over» - la crisi è finita - apparso sulla copertina di questa settimana di Newsweek.
Lui è più cauto, mettendo ancora in conto «tempi duri», anche se l’ultimo Beige Book della Federal Reserve, diffuso ieri sera, parla di una crisi che si è attenuata in molti distretti, prevede una «moderata» ripresa dell’attività nell’industria manifatturiera nell’arco dei prossimi 6-12 mesi e conferma «l’estrema debolezza del mercato del lavoro».

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