Anche senza la Fracci detta «Fata confetto» la danza sopravviverà

Caro Granzotto, non ho parole! Prima D’Alema che manda a «farsi fottere» il nostro Alessandro Sallusti, poi Carla Fracci che da del «farabutto» al sindaco di Roma Gianni Alemanno. Perché la politica e la cultura di sinistra si è fatta così cafona? Sindrome da estinzione del Partito democratico?
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Figuriamoci, caro Bollati: sai quanto gliene può importare ai D’Alema e alle Fracci del Partito democratico. Loro pensano alla propria, di sopravvivenza: l’uno in qualità del più intelligente fra i «sinceri democratici», l’altra quale la nonna di Tersicore. È pur vero che la società civile e politica di sinistra ama darsi un tocco di classe sfoggiando grande uso di mondo e di salotto, disinvoltura nel maneggiare le posate, brillante conversazione franca dal pettegolezzo (solo Gramsci e Hegel, Saviano e Wittgenstein. Roba fina). Oltre a esibirsi in baciamano impeccabili, pare che il guru dei «sinceri democratici», Eugenio Scalfari, persona squisitissima, conversi coi suoi pari in greco antico. Pensi un po’ lei. Capita però che anche questi campioni del bon ton gauchiste perdano le staffe se qualche miserabile mortale, se qualche pidocchio berlusconiano azzarda a mettere in dubbio la loro supremazia morale e culturale che non è acquisita, bensì innata essendo, come ognun sa, i «sinceri democratici» antropologicamente diversi. In quel caso, viene fuori il loro lato canaille. Per essere precisi, il lato burino di Massimo D’Alema e quello lavandaia di Carlina Fracci.
Del primo ci si sorprende meno. In fondo uno che si vantava delle scarpe da un milione di lire o che quando va in barca si combina come Fantozzi alla regata in pattìno fra scapoli e ammogliati, non è che si può pretendere questo granché. Stupisce, caso mai, la caduta di stile di Carlina Fracci. Tutta una vita spesa dapprima sulle punte e di poi a recitare in società il ruolo della Fata Confetto di Ciaikovskij, tutta una vita in pizzi, merletti, falpalà, chignon e due mani di biacca a immagine stessa della levità e della garbatezza tersicorea, tutta una vita a menarla di quella volta, a metà del secolo scorso, che danzò con Nureyev e zacchete, eccotela nei panni della vasciajola, della femmena ’e vascie o se si preferisce femmena ’e vico («tutt’ o vico ha da sape’!»: qui stiamo parlando dei vicoli e dei «bassi» napoletani, ovviamente). Eccotela abbaiare insulti - «Mascalzone! Mascalzone!» - e puntare l’indice fremente spaventando a morte uno come Alemanno che pure, quando menava, seppe gagliardamente tener testa alla meglio teppa della sinistra; e perfino ai katanghesi se è per questo.
Tutto le è stato perdonato, va da sé, e l’abbaio (e l’indice puntato) rubricati alla voce «temperamento artistico». Cosa che faremo anche noi, vero caro Bollati? Certi poi che il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma se la caverà egregiamente anche se orbo della loro Fata Confetto e la cultura (prestamente chiamata in causa e dichiarata morta, «ammazzata» dal ministro Bondi e dal sindaco Alemanno) non avrà poi così da patire per la messa in quiescenza della Carlina. Anzi, sa cosa le dico? Non se ne accorgerà nemmeno.

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