Andrea di nuovo sui banchi «La mia carrozzina ricorda a tutti una tragedia evitabile»

nostro inviato a Torino

Fra tutti gli studenti italiani sarà senz’altro quello che affronterà la prova più difficile: «Oggi tornerò in classe non con le mie gambe ma con le ruote della carrozzina e tornerò proprio nella stessa scuola che le gambe me le ha tolte». Lucido, duro, quasi spietato, Andrea Macrì aspetta la campanella del liceo scientifico Darwin di Rivoli Torinese.
Comincia una seconda vita. Assai più complicata di quella spensierata che gli toccherebbe di diritto a 18 anni. Il 22 novembre scorso, alla fine dell’intervallo, il controsoffitto della quarta G si sbriciolò e un tubo di ghisa di duecento chili precipitò su Andrea e su Vito Scafidi. Vito morì sul colpo, Andrea è rimasto in ospedale, all’unità spinale, nove mesi. È uscito il 25 agosto, ma il suo destino è segnato: «Ho fatto grandi progressi, ma il piede destro non lo muovo più. E anche la gamba mi dà grandi problemi, anche se la sento. Dopo il primo intervento, quando ho avvertito un formicolio che dalla coscia scendeva verso il ginocchio, ho sperato. Ho sperato di tornare l’Andrea di prima. Ma non ce l’ho fatta. Ora devo arrendermi all’evidenza: con l’aiuto di due stampelle e di un tutore riesco a fare cinque passi in piano. E questo è tutto».
Andrea è seduto al tavolo di un ristorante della collina torinese; di fronte, suo padre Enzo, uno dei fondatori dell’Ulivo a Torino. Il papà ogni tanto si commuove e fa finta di guardare da un’altra parte; Andrea invece no: le sue debolezze se le tiene per sé, ma sa benissimo che nulla sarà come prima. «Non potrò più sciare e non potrò più nuotare. E nemmeno correre e saltare. E poi non sa quanto mi mancano le passeggiate in montagna. Però allo sport, specie a 18 anni, non si può rinunciare. E allora ho iniziato o tirare di scherma e a giocare a hockey, qui al Palaghiaccio di Torino. La mia squadra è quella dei Tori seduti, certo all’inizio fa un po’ impressione andare sul ghiaccio seduti, ma ci si abitua. E con tutta franchezza non vedo alternative».
Nessuna alternativa. Nemmeno al liceo scientifico Darwin che, pure si è chiuso come una tomba su Vito. «Mi dispiace ma torno alla mia scuola. Tanti, troppi vorrebbero voltare pagina e dimenticare, dimenticarci. Io questa soddisfazione non gliela do. Da un letto d’ospedale, e con l’aiuto di una parte dei miei professori che venivano regolarmente farmi lezione, sono riuscito a finire la quarta. Farò qui la quinta e la maturità. So che mi hanno attrezzato un banco speciale un po’ più alto. Presto avrò la patente e andrò in macchina». Sorride e la sua faccia è un concentrato di malinconia.
«Pensi che non ho mai guidato il motorino perché mia mamma mi diceva che è pericoloso. Ma è stata la scuola a ridurmi così. A maggio hanno inaugurato un’ala restaurata e alcuni studenti si sono prestati a una celebrazione disgustosa, una specie di festeggiamento. Ma che cosa c’era da festeggiare? Un ragazzo morto e un altro in carrozzina? Eppure quel giorno è stata l’unica volta che ho visto le autorità, quelle che avrebbero dovuto prevenire e non aggiustare a cose fatte: il presidente della Provincia, Antonio Saitta, e l’assessore all’Istruzione, Umberto D’Ottavio. La manutenzione toccava a loro, non l’hanno mai fatta. E io dovrei ringraziarli? Quel giorno la sorella di Vito, che è una tipa tosta, è salita all’improvviso sul palco e gliene ha dette di tutti i colori. Si dovrebbero vergognare tutti quanti».
Andrea impugna la forchetta e inizia a mangiare i tagliolini, suo padre Enzo rincara la dose: «La giunta provinciale è di centrosinistra. Sono, anzi erano miei amici, ma sono spariti tutti. Hanno perfino affossato la mia candidatura alle provinciali. Non vogliono riflettere su questo disastro, ma cancellare la ferita e tornare alla vita di prima. I giornali hanno scritto un sacco di fesserie e hanno tirato in ballo per questa tragedia i tagli alla Finanziaria, Berlusconi, la Gelmini. Non c’entrano niente. Berlusconi ha sbagliato solo una parola: ha detto che era una fatalità. Non è così. Un tizio, uno di cui non voglio fare il nome, mi ha raccontato che in assessorato c’era un pacco alto così di segnalazioni su quel controsoffitto maledetto e su tanti altri controsoffitti ma dall’assessorato gli rispondevano sempre che non c’era nessuna fretta di intervenire, perché si interviene quando ci sono i nastri da tagliare».
Il pranzo è finito. Andrea pilota la sua carrozzina fra le auto parcheggiate. Indossa i pantaloni della tuta e una maglietta a maniche corte e quell’abbigliamento così sportivo contrasta ancora di più con la sua situazione: «Adesso vado a giocare a hockey. Mi piace tantissimo, come pure la scherma. Chissà, forse dovrò scegliere ma io farei tutti e due. Così mi preparo al mio primo giorno scuola. Peccato: avrei voluto almeno rientrare e trovare un altro nome: non più liceo Darwin, ma liceo Vito Scafidi. Invece no, il consiglio d’istituto non ha voluto. Tornerò al Darwin. Forse pure i consiglieri vogliono dimenticare. Ma per un anno, un anno almeno, non darò a nessuno questa soddisfazione».

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