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La caduta, il semolino, la cintura tagliata: il cold case senza soluzione di Manuela Murgia

La vicenda della morte di Manuela Murgia, caso archiviato due volte come probabile suicidio, ma c’è molto di più. “Occorrono analisi di coerenza”, dice l’esperta

Screen "Chi l'ha visto?"
Screen "Chi l'ha visto?"

Quello di Manuela Murgia non è un caso che merita di finire nel dimenticatoio. È necessario, e importante, indagare, anche se il tempo è passato, troppo tempo. Una giovane vita spezzata e tanti dubbi: a questo cold case è stata spesso associata l'idea del suicidio, un'idea cui la famiglia non ha mai creduto, e non a torto, tanto che le attuali indagini stanno restituendo margini per cercare il responsabile o i responsabili.

"Mi colpisce molto in questo caso la questione della definizione dei termini. Un conto è dire che si tratta di suicidio, un conto è dire che non si hanno elementi per dire che è omicidio. Ciò che risolve un caso è qualcosa di simile a uno scostamento, cioè qualsiasi deviazione anomala rispetto a ciò che ci si aspetta da un insieme di dati”, spiega a IlGiornale Sara Capoccitti, esperta informatica, criminalista e analista forense che lavora per l'autorità giudiziaria (ma non in questo caso di specie). E i dati anomali sono qualcosa che non manca in questa vicenda

La scomparsa e la morte

È il 4 febbraio 1995 a Is Mirrionis, quartiere di Cagliari. Manuela Murgia è una ragazza molto giovane, non ha neppure 16 anni. Intorno a mezzogiorno esce di casa lasciando un po' in disordine: il telefono cordless è fuori dal suo alloggiamento ed è stato appoggiato sul tavolo della cucina, dove pure ci sono il suo rossetto e il suo profumo. Sul letto è rimasto un quadretto, dietro il quale la giovane nascondeva i soldi.

Quando i famigliari rientrano, si mettono subito a cercarla. Una vicina di casa afferma di averla vista salire su un'auto blu, altri di averla vista ferma vicino alla sede delle Poste come in attesa. A casa iniziano ad arrivare telefonate anonime con minacce: "Manuela è morta", dicono ai parenti. Il giorno dopo la minaccia si avvera: il corpo di Manuela Murgia viene ritrovato nel canyon di Tuvixeddu, un'area archeologica difficilissima da raggiungere a piedi. Ma è solo la prima di una serie di criticità che le indagini effettuate finora, anziché sciogliere, hanno amplificato.

Le indagini senza fine

Il corpo di Manuela Murgia, al momento del ritrovamento, presenta lividi, ferite, segni apparenti di strangolamento e di investimento con un'autovettura. Ci sono lesioni puntiformi sulla schiena e un rivolo di sangue va dalla narice all'orecchio, sebbene la giovane sia in posizione prona. La sua cintura è stata tagliata in due punti. I suoi oggetti personali, il portamonete e un fazzoletto, sono ben distanti dal corpo. Le suole delle scarpe sono pulite in relazione al luogo del ritrovamento.

"I punti problematici sono innumerevoli e derivano sia dalla modalità con cui sono state fatte le indagini all'epoca, sia dalla dinamica, ovvero i punti incongruenti da un punto di vista criminalistico. L'elemento più evidente è per esempio l'ipotesi di una caduta dall'alto, sebbene le lesioni siano posteriori e quasi assenti sul volto. In più, nonostante la posizione prona, il sangue della vittima cadeva dal naso all'orecchio, contro ogni legge fisica", illustra Capoccitti.

Viene effettuata l'autopsia e nello stomaco di Murgia viene trovato del semolino. Tuttavia dopo l'autopsia, nel 1997, il caso viene archiviato, perché "i dati a disposizione per la valutazione medico-legale dell'evento non permettono di accertare con sufficiente fondatezza la natura dell'evento; tuttavia è più verosimile una dinamica accidentale ovvero suicidaria". In altre parole, per chi indaga è probabile un incidente o un suicidio, ma non si può dire.

"A smentire la tesi del suicidio ci sono le caratteristiche delle lesioni corporee scheletriche e la morfologia del luogo, che escluderebbe la possibilità di una caduta 'pulita'. In altre parole, il corpo, prima di una caduta senza ostacoli, avrebbe incontrato una gibbosità della parete presente nel canyon", aggiunge però Capoccitti.

Le indagini vengono riaperte nel 2012 e i testimoni vengono risentiti, ma si archivia nuovamente un anno dopo. Intanto però pesano una serie di questioni: dal diario sequestrato e mai restituito alla famiglia, ai vestiti che Manuela Murgia indossava, abiti che scompaiono e riappaiono nel vecchio istituto di medicina legale in via Porcell a Cagliari.

"Non si può dire con certezza che si tratti di un omicidio volontario con staging, anche se può essere una delle ipotesi - chiosa Capoccitti - Potrebbe trattarsi di uno staging successivo a un incidente, quindi a un omicidio colposo, ma discriminare tra doloso e colposo allo stato degli atti è impossibile, anche se alcuni elementi fanno pensare a una dinamica in cui è successo qualcosa e la persona coinvolta ha in qualche maniera interagito con la scena in modo che si ipotizzasse un suicidio".

La famiglia pensa da sempre che ci sia stata una violenza sessuale seguita da un omicidio: l'ipotesi è che Manuela Murgia possa essere stata stuprata, investita con un'automobile, trascinata e abbandonata nella necropoli di Tuvixeddu. Tuttavia le indagini vengono riaperte nel 2025 e sui vestiti vengono repertate 80 tracce di Dna, tra cui un capello.

Viene indagato l'ex fidanzato Enrico Astero: pare che i rapporti di coppia non siano stati sempre idilliaci, e il Dna dell'indagato viene confrontato con i profili rinvenuti sui vestiti, ma l'esame dà esito negativo. In altre parole non ci sono tracce di Astero, e la procura decide che sono necessari ulteriori accertamenti. Utili sicuramente, dacché il Dna sui vestiti è in effetti comparabile. A questo proposito la sorella della vittima, Elisa Murgia, ha commentato: "Siamo nuovamente al punto di dover approfondire. Nessuno ha la certezza di quello che è accaduto, sono tutte ipotesi. Sicuramente servono altre comparazioni. Se sarà necessario si allargherà il campo, ed è quello che auspichiamo. Per noi è una partita ancora aperta".

Le nuove tecnologie

"È necessario porre l'attenzione su alcuni elementi, dalle scarpe che non presenterebbero traccia di contatto con il terreno specifico, alle tracce ematiche riscontrate sulla biancheria intima e che non necessariamente inducono a pensare a una violenza sessuale, perché non abbiamo elementi sufficienti in tal senso. Tuttavia questi elementi vanno contestualizzati, non basta concentrarsi sull'aspetto tecnologico delle indagini", illustra Capoccitti. In altre parole, le indagini tradizionali e quelle da effettuare attraverso le nuove tecnologie potrebbero procedere a braccetto per risolvere il caso.

"Si può partire escludendo ciò che è improbabile e ciò che è impossibile - aggiunge l'esperta - È improbabile che una persona cada da una trentina di metri di altezza senza riportare determinati tipi di lesioni. Era necessario fare da subito la cosiddetta prova del manichino, che allo stato attuale non è più sufficiente. Allora si deve effettuare una ricostruzione 3D della scena, per capire come si possano essere generate le lesioni".

Vero è che diversi elementi mancano, come i tabulati telefonici dell'epoca. C'è tanto da fare e le tecnologie possono dare un aiuto.

"Sono necessarie delle analisi di coerenza, in modo che il fascicolo venga ristudiato, a partire dal percorso presunto che Manuela Murgia avrebbe effettuato, fino al contenuto dello stomaco per cui non si può saltare alle conclusioni su una base statistica. Per cui si riparte dal dato tecnico, ma bisogna accertare se poi un'ipotesi possa avere una fondatezza", conclude Capoccitti.

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