Anne Michaels: "I lettori vogliono profondità, non modernità"

Sarà al festival di Mantova domenica alle 10.30 a Palazzo d’Arco, Anne Michaels, autrice di La cripta d’inverno, uno dei romanzi più belli degli ultimi anni - abbiamo anche la garanzia di John Berger - nonché tra le più importanti poetesse canadesi, vincitrice di premi di peso globale, dall’«Orange Prize» al «Commonwealth Prize». In Italia è poco conosciuta, nonostante il suo editore Giunti abbia in catalogo - oltre a La cripta d’inverno, uscito lo scorso giugno - anche il celebre In fuga e le poesie di Quel che la luce insegna.
La cripta d’inverno racconta di una coppia, Avery e Jean. È un romanzo drammatico...
«Sì, drammatico. Ma sono contenta di presentarlo a Mantova perché ritengo che questo libro spezzi una lancia in favore della speranza, ai lettori occorre questo, non mondanità. Il fatto che, alla fine del libro, Jean dipinga la sua storia sulla schiena di Avery rappresenta un giro di boa e, simbolicamente, un nuovo inizio. Il concetto di “indulgenza” è per me molto importante. Non il tipo di indulgenza comminato come una sentenza – da una persona che ne giudica un’altra – ma qualcosa di completamente diverso: una compassione che affiora tra due individui. Il fatto che Avery “liberi” Jean a metà del romanzo rappresenta un grosso rischio e un atto d’amore. Egli capisce che non può essere lui a guarirla, sebbene voglia mettere a posto tutto. Non realizza che per Jean non è ancora possibile abbandonare il proprio dolore, poiché è essenziale per lei: sente che, rinunciandovi, abbandonerebbe suo figlio, di cui non ha ancora trovato un diverso modo di tener vivo il ricordo».
Altro tema, infatti, è il rimpianto...
«Un sentimento essenziale. Una frase ricorrente nel romanzo è “Il rimpianto non è la fine della storia, è la metà della storia” e vale anche per la vergogna. In altre parole, l’amore ci impone di non arrenderci a metà della storia».
Sullo sfondo di tutto questo, la ricostruzione altrove del tempio di Abu Simbel per salvarlo dall’inondazione della diga di Assuan...
«Ho molto riflettuto sullo spossessamento, sul rapporto tra memoria pubblica e memoria privata. Spesso le modalità con le quali una società ricorda sono le stesse che usa per dimenticare. Dopo la Seconda guerra, Varsavia venne riedificata come una replica esatta della città andata distrutta: fu riprodotto ogni davanzale, ogni lampione, ogni porta, ogni cornicione. Questo desiderio di disarmare il potere di annientamento è così comprensibile, così lancinante, ma non possiamo riportare indietro il passato né spostarlo altrove».
In una pagina del libro leggiamo: «...soltanto l’amore insegna a un uomo la sua morte; è nella solitudine dell’amore che impariamo ad annegare...».
«Credo che non comprendiamo davvero la verità dell’amore, il significato della vita con un altro essere umano in uno stato di sincera intimità, fino a quando non abbiamo commesso dei grossi errori. Pochi sfuggono a questo. La passione è persuasiva. La solitudine è persuasiva. Ma non sono chiaramente sufficienti. La vera intimità deve comprendere per forza il suo fallimento. È ciò che facciamo in quel momento a fare la differenza. Le passioni possono solo intensificarsi e svanire, non trasformano, ma l’amore trasforma. Purtroppo è una situazione di estrema impotenza essere davanti a chi si ama e non poterlo raggiungere. Ma anche in questo caso, il dolore non è la fine, ma la metà della storia. Come ho scritto: “Solo il vero amore aspetta mentre noi viaggiamo attraverso il nostro dolore. Questa è la vera attendibilità tra le persone. L’amore deve attendere che le ferite si rimarginino, come se l’indulgenza fosse un appuntamento”. Quanti sono disposti ad aspettare un altro in questo modo? Pochissimi».
Infine la politica. Cosa pensa della sovraesposizione mediatica della vita privata dei nostri leader?
«Il pubblico cerca incessantemente l’aspetto personale; sembra che il prezzo che esigiamo dai nostri leader per averli messi al potere sia diventato il nostro diritto a esaminarli, esaltarli o denigrarli nella sfera privata».