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Etnia House of Arts: alla Misericordia di Venezia l’arte torna a essere un’esperienza viva

Nel cuore di Cannaregio il nuovo progetto di Etnia Eyewear Culture che trasforma l’antica Abbazia in una piattaforma internazionale dedicata a residenze artistiche, sperimentazione contemporanea e dialogo culturale: un esempio virtuoso di mecenatismo moderno dove arte, architettura e comunità si incontrano nel segno della visione e della creatività

Etnia House of Arts: alla Misericordia di Venezia l’arte torna a essere un’esperienza viva

A Venezia esistono luoghi che sembrano custodire il tempo. Pietre attraversate dai secoli, silenzi che conservano memorie, architetture che continuano a interrogare il presente. La rinascita dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia, nel cuore di Cannaregio, appartiene a questa categoria rara: non un semplice recupero architettonico, ma un gesto culturale capace di restituire alla città uno spazio vivo, produttivo, aperto alla contemporaneità. Con la nascita di Etnia House of Arts, promossa da Etnia Eyewear Culture, Venezia accoglie un progetto che supera l’idea tradizionale di spazio espositivo per trasformarsi in una piattaforma di creazione, confronto e ricerca. Qui l’arte non viene soltanto mostrata: prende forma, si costruisce sotto gli occhi del pubblico, diventa relazione, esperienza condivisa, processo aperto.

Ecco allora che in una città spesso schiacciata dal peso della propria straordinaria eredità storica, Etnia House of Arts introduce un elemento prezioso: il coraggio di raccontare il presente. La Misericordia non è più soltanto testimonianza di ciò che fu, ma organismo in trasformazione, laboratorio contemporaneo dove artisti, visitatori, studiosi e cittadini possono incontrarsi attorno al gesto creativo. L’iniziativa rappresenta uno degli esempi più significativi di mecenatismo culturale contemporaneo. In un’epoca in cui il sostegno all’arte rischia spesso di ridursi a operazione d’immagine o sponsorizzazione episodica, Etnia Eyewear Culture sceglie invece una strada più profonda e responsabile: creare le condizioni affinché la creatività possa esistere, svilupparsi, sperimentare. Non limitarsi a finanziare l’arte, ma costruire uno spazio di libertà per gli artisti. Le parole di David Pellicer, CEO e Owner di Etnia Barcelona, raccontano chiaramente questa visione: la necessità di trasformare il dialogo con gli artisti in qualcosa di continuo, strutturale, non occasionale. È una dichiarazione che contiene un’idea precisa di cultura come pratica quotidiana, come investimento umano e sociale prima ancora che estetico. La scelta della Misericordia appare allora perfettamente coerente.

L’antico edificio, nato nel X secolo e attraversato da secoli di trasformazioni, possiede una natura stratificata che dialoga naturalmente con il linguaggio dell’arte contemporanea. Le tracce architettoniche, le superfici consumate, le strutture lignee riemerse durante il restauro, la rara finestra gotica riportata alla luce, e ogni elemento racconta una storia di permanenza e metamorfosi. Il lavoro degli architetti Piero Vespignani e Alessia Semenzato dello Studio Anfibio ha avuto il merito di ascoltare il luogo prima ancora di modificarlo. Il restauro non ha cancellato le stratificazioni storiche, ma le ha rese leggibili, trasformando l’edificio in un dialogo continuo tra memoria e contemporaneità. È un intervento colto e sensibile, che restituisce alla città uno spazio pubblico non celebrativo, ma generativo. Ed è proprio il concetto di generazione a definire il cuore del progetto. Etnia House of Arts nasce infatti come una piattaforma dinamica, in continuo mutamento, fondata soprattutto sul programma internazionale di residenze artistiche. Gli artisti vengono invitati a vivere e lavorare all’interno della Misericordia, entrando in relazione diretta con lo spazio, con Venezia e con il pubblico. La residenza diventa così molto più di un periodo di lavoro: è un’esperienza immersiva, un confronto quotidiano con la luce veneziana, con la densità storica della città, con il ritmo lento e insieme magnetico delle sue calli e dei suoi canali. Il pubblico può osservare non soltanto l’opera conclusa, ma il suo farsi, il processo creativo, i dubbi, le intuizioni, le trasformazioni che conducono alla nascita di un lavoro artistico. Elemento simbolico e sorprendente del progetto è l’utilizzo dell’occhiale come punto di partenza concettuale. Non semplice accessorio funzionale, ma dispositivo di visione, superficie simbolica attraverso cui interrogare il rapporto tra identità, percezione e rappresentazione. Una scelta estremamente coerente con la filosofia di Etnia Barcelona, da sempre legata all’idea dello sguardo come esperienza culturale e personale. Le prime artiste ospitate in residenza, Conxi Sane e Greta Pllana, incarnano perfettamente questa pluralità di linguaggi e sensibilità. Conxi Sane, artista spagnola attiva tra Berlino e Málaga, sviluppa una ricerca astratta influenzata dal Surrealismo e dal Cubismo. Le sue opere sembrano emergere da paesaggi interiori, da movimenti emotivi tradotti in ritmo, colore e frammentazione.

Nella sua pratica convivono intuizione e struttura, impulso e controllo, in un equilibrio che trasforma l’astrazione in racconto profondamente umano. La musica diventa parte integrante del processo compositivo, contribuendo a creare opere che funzionano come partiture emotive. Diversa ma altrettanto intensa la ricerca di Greta Pllana, artista albanese formatasi e attiva a Venezia. Le sue opere affrontano il tema dell’identità e della memoria attraverso immagini sospese, delicate, essenziali. La palette cromatica dominata da verdi e rosa costruisce atmosfere intime, quasi silenziose, in cui l’occhiale diventa simbolo dello sguardo interiore, filtro attraverso cui leggere non soltanto il mondo esterno, ma le stratificazioni dell’esperienza personale e culturale. Accanto alle residenze, il programma espositivo della Misericordia ospita attualmente le opere di dodici artisti provenienti da diversi continenti, ognuno chiamato a interpretare il tema della visione secondo la propria sensibilità. Dalla Finlandia arriva “It’s getting hot in there” di Sini Majuri; dal Regno Unito “Across the Sea” di Alex Burden; dalla Spagna “Salir del Mar” di Conxi Sane; dalla Bulgaria “The Fence” di Krassimir Kolev; dalla Cina “Fractured” di Eirdis Ragnarsdóttir; dalla Colombia “Despierta de un Sueño” di Johnny López e “Inside” di Adriana Kanal; da Israele “I Pray for Peace” di Anat Heifetz; dall’Ucraina “The Filters are Overstrained” di Yevheniya Fritsche; da Cuba “Casita Bizcocho” di Ricardo Álvarez; dall’Albania “Roots” di Greta Pllana; dal dialogo tra Pakistan e Canada “We see ourselves through what we can’t unsee” di Tazeen Qayyum.

La forza di questa programmazione risiede proprio nella sua natura internazionale e interdisciplinare: pittura, installazione, moda, design, arte visiva e pratiche multimediali convivono in uno spazio che rifiuta ogni rigidità curatoriale per favorire l’incontro tra linguaggi diversi.

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