Arte povera vs Padiglione Italia Dov’è la vera innovazione?

A un anno dal fatidico 2011, a dispetto dello spirito di concordia nazionale che dovrebbe soffiare su tutte le manifestazioni, culturali e no, che celebreranno il 150° dell’unità d’Italia, il mondo della «grande» arte italiana rischia di spaccarsi in due.
Da una parte la linea figurativa, «conservativa», che allarga al massimo la contemporaneità, che esalta la tecnica e la Bellezza: la linea su cui si muoverà Vittorio Sgarbi, nominato due giorni fa curatore del Padiglione Italia alla Biennale del prossimo anno. Dall’altra la linea dello sperimentalismo estremo, «provocatoria», stretta nella contemporaneità, neoavanguardista, che esalta il Concetto: la linea che ha ispirato il grande progetto «2001: Arte povera in Italia» presentato ieri alla Triennale di Milano dal presidente Davide Rampello, dal curatore Germano Celant e dai vertici delle istituzioni museali che ospiteranno a partire dall’autunno del 2011 la «colossale» (così è stata annunciata) mostra-evento che celebrerà il movimento nato nel 1967: il Maxxi di Roma, la Venaria Reale di Torino, il Madre di Napoli, il Mambo di Bologna e, appunto, la Triennale.
Germano Celant, che lanciò il famoso movimento d’avanguardia di Anselmo, Boetti, Calzolari, Fabro, Kounellis, i Merz, con il testo programmatico Appunti per una guerriglia uscito nel 1967 sulla rivista Flash Art, ha concepito un progetto che mettendo insieme in diversi spazi espositivi un consistente numero di opere storiche, possa rappresentare un viaggio nel tempo attraverso gli avvenimenti e i protagonisti dell’Arte povera: «Dopo il Futurismo è il più importante contributo dell’arte italiana nel mondo del Novecento», ha detto. La sera prima, appena nominato curatore del padiglione Italia della prossima Biennale, Vittorio Sgarbi aveva già anticipato Celant, massacrandolo: «Non capisco cosa c’entri l’Arte povera né con i 150 anni dell’Unità, né con musei come il Maxxi. È stata importante negli anni ’60 e ’70 ma oggi non è più “contemporanea”. È come una donna che è stata bella ma ora è solo vecchia e nessuno se la porterebbe più a letto». Ieri mattina sia Rampello che Celant hanno preferito non rispondere, per non scendere in polemica. Lo ha fatto, invece, sbagliando clamorosamente bersaglio, il direttore del «MaDRE» di Napoli, Eduardo Cicelyn: «L’Arte povera ha rappresentato un movimento e un linguaggio nuovo e dirompente che ha rotto con il potere e con l’autorità. È comprensibile che un uomo di potere come Sgarbi cerchi di sminuirlo». Al di là del fatto che se c’è un uomo non di potere nel mondo dell’arte quello è proprio Sgarbi - sempre tenuto semmai accuratamente ai margini dal Potere perché troppo «dirompente» - è stato necessario l’intervento di un giornalista di Repubblica (!) come Armando Besio per ricordare ai signori sul palco - dove accanto a Germano Celant, incidentalmente direttore artistico della potentissima Fondazione Prada a Milano, sedevano per nove decimi altrettanto potenti funzionari statali - che è perlomeno ipocrita cercare di passare per dei tupamaros: «In quanto a posizioni di potere, tra Rampello e Celant è una bella guerra. Altro che Sgarbi». E alla sua domanda su cosa sia rimasto del potere eversivo dell’Arte povera a 45 anni di distanza, la risposta è stata che «I linguaggi si evolvono, si adeguano al tempo». Tutti, tranne quello sessantottino con le sue parole d’ordine contro l’autorità.
Intanto, mentre già si preannuncia il fuoco incrociato dei critici e degli storici dell’arte «avanguardisti» contro Vittorio Sgarbi, il neo-nominato curatore del padiglione Italia (a cui si è aggiunto anche quello di «vigilante» sugli acquisti di nuove opere del Maxxi) ha lanciato la prima sfida: «Esiste una mafia nell’arte, e io sarò a Venezia il primo commissario antimafia. Ci sono artisti come Cattelan, Damien Hirst e Vanessa Beecroft che sono diventati obbligatori. C’è un mondo di interessi economici che consacra alcuni a danno di altri. Mafia è rendere alcuni autori obbligatori e relegarne altri nell’ombra». Iniziamo benissimo.
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