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Kathleen Goncharov, un genio dell'arte che amava l'Italia

Il mondo della cultura piange per la scomparsa della grande curatrice e critica americana che curò il padiglione Usa della Biennale di Venezia

Kathleen Goncharov, un genio dell'arte che amava l'Italia
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Con la scomparsa di Kathleen Goncharov, avvenuta il 31 dicembre nella sua casa di Boca Raton, in Florida, il mondo dell’arte perde una delle sue figure più lucide e generose. Aveva 73 anni. Curatrice, organizzatrice culturale e artista, Goncharov ha attraversato oltre quarant’anni di storia dell’arte contemporanea muovendosi con naturalezza tra musei, biennali e spazi indipendenti, senza mai separare la pratica curatoriale da una profonda responsabilità etica e politica. Nata nel 1952 a Monroe, nel Michigan, Goncharov si forma professionalmente a New York all’inizio degli anni Ottanta, in un momento cruciale per la scena artistica americana. Il suo debutto avviene alla Just Above Midtown Gallery (JAM), lo spazio fondato da Linda Goode Bryant che ha avuto un ruolo determinante nell’emersione di artisti afroamericani e sperimentali.

Alla JAM organizza mostre e performance che testimoniano fin da subito la sua attenzione per pratiche radicali e voci marginalizzate. Tra il 1983 e il 1986 è Director of Exhibitions di Creative Time, dove contribuisce in modo decisivo a ridefinire il rapporto tra arte contemporanea e spazio pubblico. I progetti da lei curati – da Art on the Beach a Art in the Anchorage – portano l’arte fuori dai luoghi istituzionali, inserendola nel tessuto vivo e talvolta dimenticato della città di New York. È qui che si consolida una delle costanti del suo pensiero: l’arte come esperienza civica, capace di attivare consapevolezza e dialogo. Dal 1987 al 2001 lavora alla New School di New York, dove cura la collezione e i programmi del Vera List Center for Art and Politics, rafforzando il legame tra arte, educazione e ricerca critica. In questi anni organizza anche importanti progetti internazionali, come Re:Claiming Egypt di Fred Wilson alla Biennale del Cairo (1992) e una mostra alla Triennale di Nuova Delhi (1991), affermandosi come una curatrice di respiro globale. Il momento più emblematico della sua carriera arriva nel 2003, quando viene nominata Commissaria del Padiglione degli Stati Uniti alla 50ª Biennale di Venezia. La scelta di Fred Wilson e il progetto Speak of Me as I Am segnano una svolta: una riflessione potente sulla presenza storica e contemporanea delle comunità nere a Venezia, che sposta il padiglione americano su un terreno apertamente politico e critico.

È una mostra che ancora oggi viene ricordata come uno dei contributi più incisivi di quell’edizione. Negli anni successivi Kathleen ricopre ruoli chiave al MIT List Visual Arts Center, come curatrice dell’arte pubblica, al Nasher Museum of Art della Duke University e al Brodsky Center for Innovative Editions della Rutgers University, dove dal 2007 al 2011 è Direttore Esecutivo e Artistico. In tutte queste esperienze sostiene artisti come El Anatsui, David Hammons, Mona Hatoum, William Kentridge, Barkley Hendricks e Lorraine O’Grady, lavorando sempre in stretta collaborazione con loro e mettendo al centro il processo creativo. Dal 2012 al 2025 è senior curator del Boca Raton Museum of Art, dove cura oltre trenta mostre dedicate, tra gli altri, a Tony Oursler, Whitfield Lovell, Phyllis Galembo, Maren Hassinger, Mickalene Thomas e Carrie Mae Weems. «Il museo aveva un’anima, e questo era merito di Kathy», ha ricordato Irvin Lippman, direttore esecutivo dell’istituzione fino al 2025, sottolineando la sua capacità di dare vita alle esposizioni con uno stile personale e profondamente umano.

Meno nota al grande pubblico, ma essenziale per comprendere la sua figura, è la sua attività di artista, coltivata per decenni e rivelata solo tardi, con la prima mostra personale Above and Below nel 2022 a New York. Le sue opere, ispirate alla pittura medievale italiana, restituiscono una spiritualità intima e stratificata, lontana da ogni accademismo. Kathleen, ed è questo forse l’aspetto per noi più interessante, aveva forti legami con l’Italia: ha lavorato più volte a progetti per la Biennale di Venezia, ha sostenuto e presentato negli Stati Uniti le mostre di Glasstress con le opere in vetro dello Studio Berengo di Murano, e ha viaggiato spesso tra Roma e Venezia, dove ha costruito amicizie durature. Le sopravvivono il compagno, il poeta Charles Doria, e la sua famiglia.

Amici e colleghi di lunga data – tra cui gli artisti Fred Wilson e Petah Coyne – ne ricordano l’intelligenza, la dedizione e la rara capacità di ascolto. La sua eredità non è solo fatta di mostre e istituzioni, ma di un modo di intendere la curatela come pratica di cura: verso gli artisti, verso il pubblico e verso il mondo.

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