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Pace: "Il mio Pavilion d'arte a St. Moritz"

Parla il curatore del primo format permanente tra arte, design, artigianato nel paradiso del turismo invernale. L'inaugurazione è stata una mostra di artisti internazionali appena inaugurata negli spazi dell'Eden Hotel che terminerà a marzo: "La mia piattaforma esce dagli stereotipi delle fiere, qui serviva un'offerta culturale di qualità estesa per tutta la stagione"

Pace: "Il mio Pavilion d'arte a St. Moritz"

Inaugurato in questi giorni a St. Moritz, il progetto Der Pavilion segna un nuovo capitolo nella ricerca curatoriale di Giorgio Pace, già fondatore di Nomad e da anni impegnato a ridefinire i formati della produzione e fruizione culturale. Più che un evento, Der Pavilion si propone come un ecosistema permanente: un luogo pensato per rallentare, per costruire relazioni durature tra arte, design, artigianato e territorio, e per immaginare un diverso equilibrio tra dimensione culturale e mercato. In questa intervista, Pace ripercorre la fine del ciclo di Nomad, riflette sulla necessità di un tempo più generoso per l’arte e racconta la visione a lungo termine di un progetto che mette in dialogo St. Moritz e il Molise, il locale e l’internazionale, superando gerarchie e confini disciplinari.

Der Pavilion nasce dopo l’esperienza di Nomad, che ha segnato un cambio di paradigma nel mondo delle fiere d’arte. Che cosa sentiva fosse arrivato al termine di quel ciclo, e che cosa invece aveva bisogno di evolvere?

“Nomad ha dimostrato che era possibile uscire dal formato fiera senza perdere qualità, pubblico o rilevanza. A un certo punto, però, ho sentito che quel modello — pur molto libero — restava legato a una temporalità episodica. Era arrivato al termine il bisogno di “apparire” per pochi giorni. Quello che invece aveva bisogno di evolvere era l’idea di continuità: creare un luogo che non fosse solo una parentesi, ma un organismo vivo, capace di crescere nel tempo e di generare relazioni più profonde tra artisti, gallerie, collezionisti e territorio”.

Lei parla spesso di ecosistema culturale più che di evento. Che cosa manca oggi, secondo lei, al sistema dell’arte per tornare a essere davvero fertile?

“Credo manchi tempo. Tempo per guardare, per ascoltare, per sbagliare anche. Il sistema dell’arte è diventato estremamente efficiente, ma spesso poco generoso. Un ecosistema fertile ha bisogno di fiducia, di dialogo tra discipline e di spazi che non siano immediatamente performativi. Non tutto deve produrre un risultato immediato: alcune cose devono semplicemente sedimentare”.

St. Moritz è un luogo iconico, associato al lusso e alla stagione invernale. Qual è stata l’intuizione che l’ha spinta a immaginarla come piattaforma culturale attiva tutto l’anno?

“Proprio il fatto che St. Moritz fosse percepita come “stagionale” mi è sembrato uno spazio di possibilità. È un luogo con un’eredità culturale fortissima — basti pensare alla sua storia con l’arte è l’architettura — ma poco raccontata nel presente. L’intuizione è stata quella di lavorare in controtendenza: rallentare, allungare il tempo, restituire complessità a un luogo spesso ridotto a immagine”.

Der Pavilion introduce un tempo espositivo più lento, quasi “residenziale”. È anche una risposta alla frenesia del mercato e delle fiere tradizionali?

“Sì, ma non in senso polemico. È piuttosto un’alternativa. Il tempo lento permette alle opere di respirare e alle persone di tornare, di cambiare sguardo. In un certo senso è un invito a disintossicarsi dall’overdose di immagini e appuntamenti. Non credo che la velocità sia un male in sé, ma non può essere l’unico ritmo possibile”.

In un momento di cautela del mercato alto, Der Pavilion diventa anche un’occasione concreta di visibilità e vendita per le gallerie. Come si concilia, nel suo modello, la dimensione culturale con quella commerciale?

“Non le vedo come dimensioni opposte. Il problema nasce quando una annulla l’altra. In Der Pavilion la parte commerciale è sostenuta da un contesto culturale forte, e questo — paradossalmente — rende anche il mercato più sano. Quando un collezionista entra in relazione con un progetto, e non solo con un’opera, la scelta diventa più consapevole e duratura”.

Il progetto è destinato a diventare un padiglione permanente. Che ruolo avrà l’architettura in questa visione e che tipo di luogo immagina per il futuro di St. Moritz?

“L’architettura non sarà solo un gesto iconico, ma un dispositivo. Un luogo poroso, accogliente, capace di cambiare funzione senza perdere identità. Immagino un padiglione che non si impone sul paesaggio, ma che dialoga con esso, diventando un punto di riferimento culturale stabile, non un monumento autoreferenziale”.

Arte, design, artigianato, gastronomia, persino il cioccolato: quanto è importante per lei abbattere le gerarchie tra discipline?

“È fondamentale. Le gerarchie sono spesso costruzioni artificiali che servono più al mercato che alla cultura. Le discipline dialogano naturalmente tra loro, soprattutto quando sono radicate in un sapere materiale, in un fare. Il cioccolato, in questo senso, non è un vezzo: è cultura, è territorio, è tempo. Esattamente come l’arte”.

Lei è molisano e ha annunciato il progetto di un museo in Molise. Che tipo di dialogo vede tra un centro globale come St. Moritz e un territorio spesso percepito come marginale?

“Sono nato a Termoli, ma il mio percorso è internazionale. Ho lavorato in istituzioni come il Metropolitan Museum, il Guggenheim di New York, il Dia Center for the Arts e la Biennale di Venezia; ho operato a lungo nell’editoria internazionale, da Visionaire Publishing – dove ho contribuito al lancio di VMagazine, VMan e CR Fashion Book – fino alle esperienze con il Garage Museum e Garage Magazine tra Londra e Mosca. A St. Moritz ho fondato Giorgio Pace Projects e successivamente Nomad, uno showcase itinerante di arte e design. Il progetto in Molise non nasce da un confronto tra un “centro globale” e un territorio percepito come marginale. Oggi la rilevanza culturale non dipende dalla geografia, ma dalla qualità delle idee, delle reti e delle competenze che si mettono in campo. St. Moritz e il Molise non sono realtà comparabili, né devono esserlo: il dialogo interessante nasce proprio dalla differenza, quando è guidato da una visione contemporanea e internazionale”.

Guardando alla sua storia personale, quanto le sue origini hanno influenzato il suo modo di costruire progetti culturali radicati nei luoghi ma aperti al mondo?

“Moltissimo. Venire da un territorio “laterale” ti insegna presto a guardare fuori senza perdere il legame con dentro. Credo che questo doppio sguardo — locale e internazionale — sia diventato una struttura mentale del mio lavoro. Non mi interessa esportare modelli, ma tradurli”.

Se dovesse definire Der Pavilion non come progetto, ma come visione di lungo periodo, che cosa spera resti tra dieci anni, a St. Moritz e in Molise?

“Spero resti un metodo.

Un modo di fare cultura basato sull’ascolto, sulla lentezza e sulla responsabilità verso i luoghi. Se tra dieci anni Der Pavilion avrà contribuito a creare comunità, a sostenere pratiche sincere e a dimostrare che un altro ritmo è possibile, allora avrà davvero senso”.

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