Sì certo, a parlar di Luna c'è The dark side of the moon dei Pink Floyd, disco in classifica per 15 anni negli Stati Uniti, manifesto totale della decadenza ancora in atto dell'Occidente, capolavoro involuto che è stato devoluto alla cultura rock. Ma non c'è solo quello. Prima e dopo, gli artisti si sono spesso trasformati in Selene sul carro d'argento nel cielo del rock o del pop o dello swing. Fred Buscaglione, torinese timido e riservato, si limitava ad alzare gli occhi (Guarda che luna), Frank Sinatra più hollywoodiano pretendeva di volarci (Fly me to the moon) mentre i romantici Police ci camminavano quando iniziavano a innamorarsi (Walking on the moon). Nella musica leggera non c'è mai stato un alter ego più forte della Luna, e non solo in Italia dove persino Loredana Bertè ci ha bussato (riferendosi all'emarginazione sociale) e Achille Lauro ci è fuggito ("È il 20 luglio del '69, sì, sono fuori, sì, sì, sto sulla Luna" in 1969). La Luna è il termine di paragone, il luogo di fuga, la chimera, l'utopia.
Per David Bowie, forse il più lunare di tutti, è stato il simbolo dell'alienazione, dell'isolamento ossessivo, della Space oddity, della bizzarria spaziale, l'osservatorio dal quale vederci senza esserci: "Il pianeta Terra è blu, e non c'è niente che io possa fare". Anche se l'uomo c'è arrivato e ci arriverà, la musica non sbarcherà mai sulla Luna, preferirà sempre e solo immaginarsela cantandola come vuole.