Coincidenza (e non allerta) vuole che il nuovo piano pandemico nazionale 2025-2029 sia stato approvato ieri dalla Conferenza Stato-Regioni. Vuol dire che, se mai dovesse scoppiare una nuova epidemia, avremmo delle linee guida da seguire, aggiornate e migliorate dopo l’esperienza Covid.
Resta l’impostazione con gli scenari di rischio di più livelli (con l’Hantavirus non siamo nemmeno al primo), resta l’ipotesi dei lockdown se dovesse essercene bisogno, restano le misure di contenimento. Ma sarà più «coordinata» l’attività di acquisto dei vaccini: non verranno accumulate grandi scorte, ma i vaccini saranno resi rapidamente disponibili grazie a contratti di prelazione e all’acquisto congiunto europeo, che garantiscono accesso prioritario alle dosi. Le risorse stanziate per l’attuazione del piano sono pari a 50 milioni di euro per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni a partire dal 2027. Le somme saranno distribuite tra le Regioni, per ciascun anno dal 2025 al 2029, sulla base della popolazione residente al primo gennaio 2024. Il Piano si articola in cinque obiettivi: ridurre l’impatto sanitario di una possibile pandemia sulla popolazione; garantire risposte rapide e coordinate a livello nazionale e locale; limitare l’impatto sui servizi sanitari e sociali assicurando la continuità delle prestazioni essenziali; tutelare gli operatori sanitari; promuovere informazione, coinvolgimento e responsabilizzazione della popolazione.
Il testo tiene conto delle indicazioni Oms, estende l’ambito ai patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico, prevede una durata quinquennale e adotta un approccio flessibile e adattabile a diversi scenari epidemiologici. Nel momento dell’allerta, la prima fase prevista è quella della valutazione del rischio: si soppesano le caratteristiche dell’eventuale virus, la sua gravità, la sua trasmissibilità e l’impatto sui sistemi sanitari. Dopo di che, si passa alla fase delle decisioni per contenere i contagi, senza improvvisazioni ma seguendo «algoritmi» precisi.
Un Comitato di Coordinamento, composto da Ministero, Regioni, Istituto Superiore di Sanità e Agenas, avrà il compito di verificare che le misure adottate siano coerenti con il Piano e di monitorarne l’attuazione. Questo significa che le Regioni non agirebbero in ordine sparso, ma all’interno di un quadro condiviso e controllato.
Le Regioni entrano in azione secondo cronoprogrammi già predisposti.
Ogni amministrazione locale, infatti, deve pianificare in anticipo le attività da mettere in campo, indicando tempi, risorse e priorità: apertura o riconversione di servizi, attivazione di percorsi dedicati, mobilitazione del personale. Negli ospedali e nei servizi sanitari, il piano prevede una rimodulazione immediata delle attività.