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Arsenal PSG, la finale di Champions tra due macchine quasi perfette

Per la prima volta nella storia una finale si gioca alle 18: scelta della Uefa dettata da motivi commerciali ma mascherata da attenzione verso i tifosi. Arteta vuole completare l’opera dopo il titolo, Luis Enrique intende confermarsi

Arsenal PSG, la finale di Champions tra due macchine quasi perfette

Alle diciotto in punto, alla Puskás Aréna di Budapest, per la prima volta nella storia della Champions League. Pare un’assurdità giocare una finale di Champions League a quest’ora, ma le cose stanno così. È una scelta della Uefa, pensata per i mercati asiatici e americani, per le tivù di mezzo mondo. Maxi interessi commerciali mascherati da attenzione per i tifosi. Ci si abituerà, o forse no. Quel che è certo è che questa finale avrebbe meritato qualsiasi orario: Arsenal contro PSG è la partita giusta, con le persone giuste in campo e in panchina, nel momento giusto. Due squadre che hanno appena vinto il loro campionato - la Ligue 1 i parigini, la Premier League i londinesi dopo ventidue anni di astinenza - e che ora vogliono tutto. Raramente un atto conclusivo di Champions è stato così equilibrato sulla carta, e così carico di significati fuori dal campo.

Due re in carica, un solo trono

Due campioni, dunque, in forma fotonica, con la testa alta e la voglia di chi sa di meritare di essere lì. L'Arsenal, in particolare, ci arriva con un cammino europeo quasi perfetto: primo nella fase a gironi con otto vittorie su otto, poi Leverkusen, Sporting e Atletico Madrid in fila, senza mai perdere. Meno spettacolo, tanta concretezza: la miglior difesa del torneo, appena sei gol subiti, nove clean sheet. Il PSG, campione in carica dopo lo stordente successo sull'Inter nella finale dell'anno scorso, ha invece fatto della produzione offensiva il suo marchio: quarantaquattro gol segnati, un calcio verticale e imprevedibile che Luis Enrique ha costruito pezzo dopo pezzo con pazienza certosina e coraggio non comune.

Arteta, il dubbio permanente diventato certezza

Chi avrebbe scommesso, cinque anni fa, su Mikel Arteta? In tanti lo avevano liquidato come un esperimento destinato a fallire: troppo giovane, troppo teorico, troppo ossessionato dai dettagli. Peter Schmeichel lo aveva definito pubblicamente un "control freak" capace di confondere i propri giocatori rendendoli peggiori. La stampa inglese aveva già scritto l'epitaffio più volte, soprattutto dopo tre secondi posti consecutivi in Premier League - due dietro al City, uno dietro al Liverpool - che sapevano di sconfitta pur non essendolo tecnicamente. Il mantra del "quasi" sembrava inciso nella pietra dell'Emirates. Poi, alla quinta stagione, la svolta. La Premier League dopo ventidue anni, costruita giornata dopo giornata con quella squadra giovane, mentalmente feroce, riconoscibile in ogni pallone. E ora Budapest, con la possibilità di completare un double che renderebbe questa la stagione più bella di sempre nella storia del club londinese.

Luis Enrique, l'uomo che non teme le telefonate difficili

Dall'altra parte c'è uno che le scelte scomode non solo non le evita, ma quasi le cerca. Luis Enrique è fatto così: un tecnico che crede nel calcio come sistema, non come somma di individualità, e che non ha paura di mettere in discussione nemmeno i campioni appena laureati. L'estate scorsa - dopo aver vinto la Champions con Donnarumma protagonista - lo ha fatto fuori senza quasi battere ciglio. Il miglior portiere al mondo, o quasi, messo alla porta perché "non era il profilo di portiere di cui la mia squadra aveva bisogno". Parole lapidarie, pronunciate in conferenza stampa prendendosi ogni responsabilità: "Sono responsabile al cento per cento di questa decisione difficile. Se fosse facile la farebbe chiunque". Donnarumma, amareggiato e sorpreso, è finito al Manchester City. Al suo posto è arrivato Lucas Chevalier, ventitre anni, scuola Lille, bravo con i piedi. Poi, a dicembre, le gerarchie sono cambiate ancora: il russo Safonov, decisivo nella finale del Mondiale per Club parando quattro rigori con una mano rotta, si è preso il posto da titolare. Tre portieri in una stagione: qualcun altro avrebbe perso la testa. Luis Enrique ha vinto il campionato.

Kvaratskhelia contro Saka

In campo, la contesa si annuncia affascinante proprio perché le due squadre sono filosoficamente opposte pur condividendo alcune idee di fondo. Il PSG attacca con ampiezza, velocità e qualità tecnica: Kvaratskhelia - "Kvaradona", come lo chiamavano a Napoli - è il fulcro di tutto, sette partite consecutive nella fase a eliminazione diretta con gol o assist, candidato numero uno al Pallone d'Oro se stasera alza la coppa. Dembélé, quando sta bene, è imprendibile sugli esterni. Doué è il talento più puro della nuova generazione francese. Il centrocampo con Vitinha, Joao Neves e Fabián Ruiz è forse il reparto più completo d'Europa.

L'Arsenal risponde con ordine, sacrificio e le transizioni letali di Saka - che lo scorso anno segnò al PSG in semifinale - con la regia di Ødegaard e la fisicità di Declan Rice, il metronomo silenzioso senza il quale i Gunners sembrerebbero un'orchestra priva di direttore. Il punto interrogativo è in avanti: chi farà il centravanti titolare, tra Havertz e Gyökeres - con il primo favorito poiché uomo dei momenti decisivi - potrebbe fare la differenza.

Vent'anni dopo Parigi

C'è un cerchio che si chiude stasera, con quella crudeltà e quel desiderio che solo il calcio sa mescolare insieme.

Vent'anni esatti fa, il 17 maggio 2006, l'Arsenal perse la sua unica finale di Champions a Parigi, contro il Barcellona. Ora torna a giocarsi la coppa, e lo fa contro la squadra della capitale francese. Come se il destino avesse voluto aggiungere una nota di ironia alla storia. Budapest è pronta. L'Europa pure. Anche alle 18.

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