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In Inghilterra la fine della crudeltà legale sulle aragoste. "Stop alle sofferenze inutili"

Bollire vive le aragoste non è più “tradizione” ma dolore riconosciuto: una scelta di civiltà che smaschera i ritardi dell’Europa e chiama l’Italia a una presa di coscienza

In Inghilterra la fine della crudeltà legale sulle aragoste. "Stop alle sofferenze inutili"
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Per secoli, lontano dagli sguardi e raramente interrogato sul piano morale, uno dei gesti più comuni nelle cucine europee è stato quello di immergere un’aragosta viva nell’acqua bollente, una pratica tramandata come normale, quasi inevitabile, giustificata dall’abitudine e dalla tradizione gastronomica. Eppure la storia del diritto e della civiltà insegna che molte consuetudini, una volta considerate intoccabili, sono state progressivamente abbandonate quando la conoscenza scientifica e la coscienza etica hanno reso evidente la loro ingiustizia.

La recente presa di posizione legislativa dell’Inghilterra si inserisce esattamente in questo solco e rappresenta un passaggio storico che merita di essere non solo accolto, ma apertamente lodato. Con il riconoscimento giuridico della sensibilità dei crostacei decapodi, sancito nel quadro dell’Animal Welfare (Sentience) Act, il legislatore inglese ha compiuto un atto di responsabilità rara: ha scelto di far coincidere il diritto con ciò che la scienza ha ormai chiarito, ovvero che animali come aragoste, granchi e astici possiedono sistemi nervosi complessi, sono in grado di elaborare stimoli nocivi e reagiscono in modo coerente con l’esperienza del dolore. Di fronte a queste evidenze, continuare a bollirli vivi non può più essere considerato un gesto neutro o culturalmente giustificabile, ma una sofferenza evitabile che una società evoluta ha il dovere di ridurre.


È importante sottolineare che questa scelta non nasce da un rifiuto ideologico della cucina né da un attacco alla tradizione gastronomica: al contrario, essa riafferma un principio già consolidato in molti altri ambiti, quello secondo cui l’uccisione di un animale destinato all’alimentazione deve avvenire con modalità che limitino al massimo il dolore. Come già accade per i mammiferi e per numerose specie ittiche, la normativa inglese non vieta il consumo delle aragoste, ma impone che la loro morte avvenga attraverso metodi di stordimento riconosciuti come più umani, segnando un progresso che non impoverisce la cultura culinaria, bensì la rende più consapevole e coerente con i valori contemporanei.

Il confronto con l’Italia rende questo passaggio ancora più significativo. Nel nostro Paese, infatti, manca tuttora un divieto nazionale esplicito che proibisca la bollitura dei crostacei vivi, e il quadro normativo resta frammentato, affidato a interpretazioni giurisprudenziali e a regolamenti locali. Eppure anche qui non mancano segnali importanti: diverse sentenze hanno riconosciuto che infliggere sofferenze inutili agli animali può configurare il reato di maltrattamento, e alcuni comuni hanno introdotto norme più avanzate sul trattamento dei crostacei.

Ciò che manca è una scelta politica chiara, capace di trasformare queste indicazioni in una visione organica e nazionale. È proprio in questo vuoto che l’esempio inglese assume un valore paradigmatico: dimostra che è possibile legiferare senza cedere al sensazionalismo, basandosi su studi verificabili e su un principio di responsabilità etica che non entra in conflitto con la libertà culinaria. In un’Europa che spesso rivendica un ruolo guida sui diritti e sulla sostenibilità, il benessere animale non può arrestarsi davanti a specie considerate “minori” solo perché meno simili a noi o tradizionalmente associate al consumo alimentare.
La civiltà di una società si misura anche nella capacità di riconoscere valore alla sofferenza quando questa è silenziosa e invisibile.
La storia dimostra che tradizione e progresso non sono nemici: la tradizione evolve, si affina, corregge ciò che alla luce delle nuove conoscenze appare ingiusto. Un tempo erano tradizionali pratiche che oggi riterremmo inaccettabili sotto molti profili della vita umana. Allo stesso modo, continuare a difendere la bollitura delle aragoste vive in nome dell’abitudine appare sempre più anacronistico.

La grande cucina italiana, che ha sempre fatto dell’intelligenza della materia prima e del rispetto per il cibo un tratto distintivo, non avrebbe nulla da perdere e molto da guadagnare da una normativa più avanzata sul benessere dei crostacei, in termini di qualità, immagine e coerenza etica. Per queste ragioni la scelta inglese va riconosciuta come un autentico atto di civiltà, un esempio concreto di come il diritto possa farsi strumento di progresso senza rinnegare la cultura.

Auspicare che altri Paesi, Italia compresa, seguano questa strada non significa imporre una visione ideologica, ma chiedere che la legge tenga il passo con ciò che ormai sappiamo e con ciò che una società matura non può più ignorare: anche questo dolore conta, e ignorarlo non è più compatibile con l’idea stessa di progresso.

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