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I Giochi Olimpici di Rogoredo

La polizia lavora come può, spesso oltre il possibile. La banda nordafricana non ha chiuso per lutto: si sta infilando nelle strade del rione antico, desertificandolo, impaurendolo

I Giochi Olimpici di Rogoredo

Sono combattuto tra due immagini che non stanno ferme: il bosco di Rogoredo e le Olimpiadi di Milano-Cortina. All'inizio sembrano due partite diverse, giocate su campi lontani. Poi ti accorgi che accadono insieme, nello stesso tempo, nella stessa città, nello stesso Paese. E che la nostra vita è esattamente questo: attraversare questioni che ci piombano addosso contemporaneamente e che non fanno a pugni tra loro, ma con noi.

Milano si prepara alle Olimpiadi come già si preparò all'Expo del 2015: lucida, verticale, scintillante. Turisti a frotte, Pil che sale, valori immobiliari in crescita, promesse di futuro. La città guarda in alto: alle vette innevate, ai grattacieli che gareggiano tra loro come atleti di vetro e acciaio. È successo allora, succederà di nuovo. E non è un male. Lo sviluppo non è una bestemmia, e nemmeno il desiderio di mostrarsi belli. Ma questa settimana la cronaca ci ha fatto un favore raro: la morte, per incidente «sul lavoro», di un capo dello spaccio un criminale che nessuno da quelle parti rimpiange ha avuto un effetto collaterale salutare. Ci ha costretti a guardare anche in basso. A terra. Nel Sud-Est di Milano. Lì c'è Rogoredo.

Non un non-luogo, ma un centro storico vero, uno di quei borghi che sono stati la vera ricchezza umana di Milano, con una vita, una dignità, una memoria. Ricordate Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci? Io sì. Ripassateli. Quei quartieri oggi trattati come periferie anonime non sono nati per essere sacrificati sull'altare della vetrina. L'Expo, con la sua ovvia volontà di non intralciare lo sguardo sensibile dei turisti internazionali, ha fatto ciò che spesso facciamo noi italiani: ha spostato il problema. La foresta della droga, il suo zoo umano, i venditori marocchini e i clienti sono stati accompagnati

con discrezione fuori campo, dentro un bosco. Circa seicentocinquantamila metri quadrati di sentieri trasformati nella più grande piazza di spaccio d'Europa. Mille acquirenti al giorno. Due velocità: sopra la Milano che corre, sotto quella che sprofonda.

Poi, per qualche anno, lo sforzo è stato serio. Presidi, bonifiche, associazioni, forze dell'ordine. Il bosco da giungla è tornato parco. Bello davvero. Ci si illude sempre che basti una mano di vernice data bene. Ma la droga non evapora. Migra. E infatti nasce un secondo bosco. Peggio del primo. Più grande, più desolato. Muri e recinzioni per tenere al riparo la stazione dell'alta velocità. Ma tre grandi buchi di cui non faccio la mappa per approdare nella brughiera dell'orrore. Lo spaccio cambia forma, non sostanza. Oggi i controlli sono a tappeto. La polizia lavora come può, spesso oltre il possibile. La banda nordafricana non ha chiuso per lutto: si sta infilando nelle strade del rione antico, desertificandolo, impaurendolo. A pochi metri sorge il palazzo del ghiaccio da sedicimila posti. Si parla giustamente della sicurezza dei capi di Stato, degli atleti, degli sponsor. Ma chi garantisce la sicurezza di chi vive lì? A me questa idea di due sicurezze fa orrore: quella blindata per l'evento e quella arrangiata per la vita quotidiana. Il segno plastico dello scontro tra le due Italie è il commercio della droga. Non è più un affare da sottoproletariato. Oggi coinvolge tutte le classi sociali. I poveri cristi comprano eroina o pasticche da due a cinque euro e finiscono zombie, lasciati sul marciapiede. I benestanti comprano cocaina da quindici a cinquanta euro per una notte di bagordi, convinti di essere diversi. Non lo sono. Cambia la bustina, non la miseria.

E poi a Cortina, l'altro corno dell'Olimpiade c'è l'episodio che ti resta in gola come un chiodo: un ragazzino di undici anni lasciato scendere da un autobus nel gelo e nella neve perché senza il biglietto giusto. Sei chilometri a piedi. Non era un atleta olimpico. Non era un turista. Era solo un bambino. Se questa non è la fotografia morale del Paese che stiamo costruendo, ditemi cos'è. Ho un timore che mi vergogno persino a formulare: che Rogoredo diventi un'attrazione. Come a Medellín con Pablo Escobar. Il turismo dell'orrore, con la scorta. La visita guidata al boschetto dove è morto Mansour. Qui come là, morti i capi, regnano i successori. Non intendo rifare il processo al poliziotto che ha sparato, neppure per assolverlo: per me è un benemerito. I fatti parlano chiaro: uso necessario delle armi. Mi fa schifo, invece, vedere partire una campagna di fango contro un agente che ha fatto il suo dovere. L'ennesimo rituale italiano: prima lasci soli, poi sputi addosso. C'è un punto, però, in cui il discorso deve cambiare tono. Perché qui non basta prendersela con gli spacciatori. Bisogna avere il coraggio di dirlo: il nemico è la droga. Lo ripeteva don Chino Pezzoli, che di facce devastate ne ha viste più di qualunque sociologo. Finché continueremo a tollerarla culturalmente, a considerarla un vizio privato, una trasgressione chic o una fatalità sociale, Rogoredo tornerà sempre. Con o senza Olimpiadi. Milano può reggere due velocità per un po'.

Ma a lungo impazzisce. E con lei l'Italia. Le Olimpiadi passeranno. Le periferie restano. La vera sfida non è proteggere la festa, ma non abbandonare chi vive sotto il palco. Se perdiamo questo, non avremo vinto niente. Neppure una medaglia.

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