Leggi il settimanale

Zenga: "Io meloniano, ma pro Pal. Inter? Sogno impossibile"

L'Uomo Ragno si racconta: "Infanzia disastrosa, che liti con papà. Ho sfiorato la politica con An"

Zenga: "Io meloniano, ma pro Pal. Inter? Sogno impossibile"

Lo chiamavano l'Uomo Ragno. È stato uno dei portieri più forti di tutti i tempi. Il suo nome è Walter Zenga, oggi ha 65 anni. I colori dell'Inter li porta nel Dna. Quando è nato, la Grande Inter di Herrera e Mazzola era agli albori. Ha difeso la porta della nazionale italiana per 58 volte, dal 1986 al 1992, prendendo solo 21 gol. Ha partecipato a due mondiali e un campionato europeo. Ci conosciamo da moltissimi anni. Da sempre ci diamo del tu.

Walter, sei stato mai tentato dalla politica?

«Io sono molto amico di La Russa. Un giorno di tanti anni fa Ignazio mi chiamò e mi disse: Andiamo a Roma che devo presentarti a un mio amico importante. Gli diedi retta. Mi portò in un ristorante vicino a Montecitorio, dopo dieci minuti si presentò Fini».

E che successe?

«Volevano che entrassi in politica. Se non ricordo male mi proposero di fare l'assessore allo Sport a Milano».

E non hai accettato?

«Il giorno dopo mi arrivò una proposta per andare a fare l'allenatore in Romania. Pensai che era un lavoro più adatto a me».

Oggi in politica sei più vicino alla Meloni o alla Schlein?

«Ma alla Meloni, senza nessun dubbio. È e resterà lei il mio punto di riferimento. Anche se».

Anche se?

«C'è un tema su cui dissento».

Quale?

«Sai che c'è un mio post, del 2012, nel quale parlo della Palestina e dico che la politica israeliana verso i palestinesi è di genocidio? Pensa: 13 anni fa».

Sei pro Pal?

«Sì, invece il governo Meloni sta con Israele. Però io resto dalla parte del governo e della Meloni».

Torniamo indietro di mezzo secolo. Se tu dovessi descrivere con una sola parola la tua infanzia?

«Direi: apprendimento. L'infanzia è la stagione nella quale ho imparato di più».

Famiglia?

«Un disastro».

Perché?

«Io e mio fratello abbiamo vissuto con la nonna. I miei genitori si erano separati. Uno di qua, uno di là».

Quando?

«Avevo otto anni e mio fratello due».

Di tua mamma che ricordi hai?

«La andavo a trovare in ufficio. Qualche volta anche a casa sua, dove viveva con il suo nuovo compagno».

Tuo padre?

«Faceva il rappresentante di commercio, sempre in giro. Ho avuto un rapporto molto conflittuale con lui».

Ti è mancato il calore dei genitori?

«Sì. Però mi ha permesso di assumermi le responsabilità molto presto. Sono cresciuto in fretta».

Come vivevi da ragazzino?

«Vivevamo con la pensione di mia nonna. Dovevamo barcamenarci. Certe volte la nonna mandava me a fare la spesa e io dicevo al bancone del mercato: Poi passa la nonna a pagare».

Quando è morta la nonna?

«Ero grande. Lei era ricoverata. Demenza senile. Non mi riconosceva più. E proprio in occasione della sua morte ebbi un litigio molto forte con papà».

Perché?

«Era domenica. La domenica del mio esordio in Serie A. Si giocava col Varese. Ero in ritiro. Mio padre non mi disse che la nonna era morta. Non glielo perdonai».

Lo fece per proteggerti, forse

«Sì certo. Ma sul momento non lo capii. Poi col tempo mi sono reso conto che era così».

Ci sono stati molti altri scontri con tuo padre?

«Sì».

Tu hai perdonato molte cose a tuo padre?

«Si perdona ma non si dimentica».

Da ragazzino giocavi a pallone nel cortile?

«Eh, certo. Prima nel cortile poi all'oratorio».

Quando ti sei accorto che il tuo ruolo era il portiere?

«All'oratorio, in viale Ungheria, a Milano. C'era un campo in terra battuta. Mio padre, per il mio compleanno, mi regalò una divisa da portiere, tutta nera, e un pallone di cuoio. Devi sapere che a quel tempo quando si giocava a pallone tra ragazzi i problemi erano due: non c'era mai un pallone di cuoio decente e nessuno voleva fare il portiere. Beh, io avevo un pallone e volevo fare il portiere. Capisci? Un bel vantaggio sugli altri ragazzini».

Quando hai capito di essere un campione?

«Non so. Io ho sempre avuto la tendenza a sfidare e a non pormi limiti».

Prima sfida?

«A dieci anni giocavo con quelli di tredici. E paravo bene. La seconda sfida è l'Inter».

Come sei entrato all'Inter?

«Mi hanno visto all'oratorio, gli sono piaciuto e mi hanno chiamato».

Eri contento?

«Certo. Salivo sul tram con la borsa ufficiale dell'Inter: che orgoglio!».

Molta gavetta prima di diventare titolare?

«Sì. Come tutti. All'inizio facevo il raccattapalle. Ed ero felice di farlo. Perché vedevo la partita gratis e in più mi davano anche mille lire».

Chi c'era in porta nell'Inter?

«C'era Bordon».

Dopo il ruolo di raccattapalle?

«Prima sono andato in prestito. Salerno, Savona, Sambenedettese. Poi ho fatto il militare. Allora era obbligatorio. Caserma a Bologna, ma io giocavo nel Savona. Il giovedì sera avevo il permesso del colonnello, prendevo il treno, cinque o sei ore per arrivare a Savona. Il lunedì sera di nuovo in branda in caserma...».

Successi con l'Inter?

«Il premio come miglior portiere del mondo. L'ho preso tre volte. Poi uno scudetto, due coppe Uefa, 58 partite in Nazionale».

Guadagnavi tanti soldi?

«Sì».

Non sei morbido di carattere. Ci sono cose che non rifaresti?

«No. Nella vita non sono mai sceso a compromessi. E non ho mai messo la maschera. Se ho sbagliato qualcosa l'ho fatto sulla base di quelle che erano le decisioni che prendevo. Troppo facile dire: non lo rifarei. Preferisco assumermi la responsabilità...».

Quando giocavi nell'Inter ti chiamarono altre squadre?

«Moggi provò a portarmi al Napoli, ma non se ne fece niente».

Ci saresti andato al Milan?

«Non credo che sarebbe stato possibile. Come pensare Maldini all'Inter».

Le bandiere sono bandiere?

«I grandi campioni vengono stimati anche perché rappresentano una squadra. Baresi, Totti, Del Piero. L'unico grande che ha cambiato molte squadre è stato Baggio, ma lui rappresentava l'Italia».

Quando entri a San Siro come ti accolgono?

«Trovo ancora entusiasmo. Io nasco interista, faccio tutta la trafila. Più anni fai in una squadra, più entri nella leggenda».

Vorresti tornare all'Inter?

«Magari... Ma ci sono cose nella vita che sono impossibili».

L'Inter ti ha dato meno di quello che tu hai dato all'Inter?

«Sono bilanci che non si possono fare. Io volevo fare l'allenatore. Il mio percorso non mi ha portato all'Inter. Ma era il mio obiettivo».

C'è una figura nel mondo del calcio che ti ha fatto uno sgarbo e ti ha fatto male?

«Sì. Ma non ti dico il nome. Basta, finito. L'ho incontrato l'altro giorno in aereo. Perdonato, ma non dimenticato».

Dimmi qual è stato il punto altissimo della tua vita.

«Oggi».

Perché?

«Perché quello che ho fatto ieri l'ho fatto e basta».

Oggi sei felice?

«Sì».

Il tuo punto più basso?

«Quando ho smesso di giocare e non sapevo che fare».

Un problema economico?

«No, i soldi c'erano. Mi mancava l'essere protagonista, avere una responsabilità verso i tifosi. Mi sembrava di non essere più me stesso».

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica