Caro Vittorio, e così il nuovo sindaco di New York ha giurato sul testo sacro della fede e dei valori religiosi in cui crede lui. Al pari, del resto, di chi lo ha preceduto credendo in altro e giurando su altri testi. Che impressione le ha fatto? Una domanda nasce però spontanea ... ma per chi non crede? Si giura sulla Costituzione? Sempre che ci sia, visto che nel Paese in cui è nata la democrazia moderna, l'Inghilterra, una Costituzione vera e propria non c'è. Su cosa sarebbe giusto giurare quindi? Sempre che abbia ancora senso persino il giurare stesso dato che a credere, oggi come oggi, sembra ci siano sempre più solo i fanatici e gli estremisti!
Cordiali saluti
Mario Taliani
Caro Mario,
partiamo da un punto che va chiarito subito, senza ipocrisie né semplificazioni: credere non è da fanatici. Il fanatismo è un'altra cosa. È ideologia irrigidita, fede trasformata in arma, religione ridotta a strumento di potere. La fede, quella vera, è tutt'altro: è un atto di fiducia, forse il più antico e umano che esista. L'uomo, da quando è uomo, avverte che esiste qualcosa che lo trascende. Un altrove, un oltre, un Dio, chiamatelo come vi pare. Pensare che credere sia segno di arretratezza o di estremismo è una forma di equivoco spirituale, non di progresso. Detto questo, veniamo al punto centrale della tua domanda. Uno Stato di diritto, soprattutto uno Stato occidentale moderno, è, e deve restare, laico. La laicità non è ostilità verso la religione, ma il contrario: è la garanzia che nessuna fede venga imposta, privilegiata o trasformata in criterio di governo. È ciò che consente a tutti di credere, o di non credere, in libertà. Negli Stati Uniti esiste una tradizione diversa dalla nostra: lì è consentito giurare anche su testi sacri, ed è una consuetudine tollerata dal sistema. È una scelta personale, simbolica, che appartiene alla cultura americana. Posso comprenderla, anche se non la condivido fino in fondo. Tuttavia, quando un rappresentante delle istituzioni occidentali sceglie di giurare su un testo religioso che, nei Paesi in cui è legge, sostituisce la Costituzione, il gesto smette di essere neutro. Diventa un messaggio. E i messaggi, in politica, contano. Nei regimi islamici non esistono Costituzioni nel senso occidentale del termine: la legge coincide con il testo sacro. È dunque legittimo domandarsi, senza accusare, ma senza neppure chiudere gli occhi, quale sia il significato simbolico di quel gesto. Nessuno mette in discussione la libertà religiosa individuale; ma la sfera privata non può sovrapporsi a quella pubblica, soprattutto quando si esercita il potere. Prendiamo l'Italia, che resta un punto fermo. L'Italia è uno Stato laico. Qui non si giura su testi sacri. Si giura sulla Costituzione. Ed è giusto così. Perché la Costituzione è il patto civile che unisce tutti, credenti e non credenti. È il fondamento della convivenza, non della fede. Un rappresentante dello Stato che giurasse su un testo religioso in Italia compirebbe un atto irrituale e inammissibile, perché la religione attiene alla coscienza individuale, non all'esercizio delle funzioni pubbliche. Il fatto che, sempre più spesso, nel mondo occidentale, si scelgano gesti simbolici di questo tipo non può essere liquidato come folklore. È un segnale culturale. E sì, un segnale che preoccupa. Preoccupa me, almeno. Non lo nascondo. Perché l'Occidente non è nato come spazio neutro e indifferenziato. È figlio della civiltà cristiana, anche quando finge di dimenticarlo. La separazione tra fede e diritto, tra Dio e Cesare, nasce qui, non altrove. Ed è proprio questa separazione ad aver reso possibile la libertà. Quando vedo avanzare, anche simbolicamente, un'idea opposta, quella in cui religione e legge tendono a coincidere, non posso non interrogarmi. Non per paura dell'altro, ma per difesa di ciò che siamo. Tu domandi se abbia ancora senso giurare, oggi. Io rispondo di sì, ma solo se il giuramento ha un fondamento comune.
La fede non ha bisogno di giuramenti pubblici per essere autentica. Lo Stato, invece, ha bisogno di regole chiare per restare libero.