Il giorno dopo l'incontro in Prefettura dedicato alla sicurezza nelle scuole dove si è deciso di mappare gli istituti a rischio e di affiancarvi le volanti della polizia, abbiamo raccolto le riflessioni di chi vive tra i banchi. Dal centro si è espresso Mauro Zeni, dirigente scolastico dell'Istituto Tenca e presidente dell'Associazione nazionale presidi (ANP) di Milano Monza e Brianza: «Le volanti a presidio sono uno strumento in più a disposizione delle scuole, funzionano per gli interventi tempestivi ma non risolveranno le violenze. L'aggressività è la conseguenza di un vuoto educativo non dipeso da un singolo genitore o da un insegnante. La società da tempo non sta dando più importanza al nesso fra azioni e responsabilità. I ragazzi seguono le emozioni come principio regolatore, sono fragili e reattivi, la pancia ha sostituito la ragione. I coltelli ci sono in ogni scuola, a riprova i frequenti atti di autolesionismo. Se un adulto mi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato sono costretto a confrontarmi e se contesto ci ragiono. Le famiglie, i media, la pubblicità, gli intellettuali trascurano le responsabilità (lo vediamo anche nei dibattiti politici), i ragazzi affogano nelle serie televisive o nei cellulari dove i modelli sono personaggi trasportati dalle emozioni. Si educa accompagnando alla resilienza: i disagi, la fatica e il dolore fanno parte della vita».
Per Michele Diegoli, professore di Storia e Filosofia al liceo Calvino di Rozzano e allo scientifico di Noverasco, «le volanti davanti a una scuola difficile rischiano di essere solo una vetrina. Nel mio istituto ci sono stati casi di bullismo, la preside conosce le forze di polizia, credo che le azioni silenziose siano le più efficaci. Mi riferisco al fatto che le procedure per le aggressioni ci sono, dalle indagini informali alle note del consiglio disciplinare fino all'iter penale. E che ho sempre visto progetti per prevenire il bullismo: nei prossimi giorni da noi verrà un magistrato e questo è un filone da potenziare sicuramente. Penso che mostrare i muscoli sia controproducente, nessuno di noi risponderebbe con violenza davanti a un figlio violento. L'aggressività deriva dalla violenza subìta: abbiamo davanti una generazione fragile, impaurita, senza prospettive. E la scuola come istituzione educativa è stata abbandonata. Un esempio: abbiamo tante dotazioni tecnologiche ma nessun investimento sulla formazione degli insegnanti. La scuola deve servire chi abita in un contesto degradato, è qui che può fare la differenza. Grazie ai fondi del Pnrr per due anni, con altri 19 docenti, abbiamo realizzato il progetto mentoring e seguito uno studente in tredici incontri individuali. Sono questi gli interventi che disinnescano le bombe e non fanno tirare fuori i coltelli. Valorizzare la scuola vuol dire anche riportare in auge l'insegnamento della materie perchè lì c'è tutto, l'amore, l'odio, l'educazione civica; Ovidio e Dante hanno quel che occorre a ridare alla scuola il ruolo di ascensore sociale e poi bisognerebbe sradicare la concezione della scuola performante». Favorevole al presidio delle volanti è invece Suor Anna Monia Alfieri, rappresentante dell'Istituto Marcelline: «La scuola è il luogo della trasmissione della conoscenza e il contesto deve essere costruttivo e sereno, ispirato al rispetto.
Quando questa serenità è minata dal comportamento violento di studenti o di genitori, quando la scuola diventa uno dei tanti luoghi in cui è possibile delinquere, le misure drastiche come il metal detector, le volanti o la presenza delle Forze dell'Ordine diventano necessarie. La scuola tuttavia rimane scuola, continuerà a cercare le vie per formare ai valori della convivenza civile».