In aula 1.900 stranieri che non parlano italiano: metà dello scorso anno

Praticamente più che dimezzato il numero degli alunni stranieri neoiscritti nelle scuole milanesi. Secondo Rita Garlaschelli, la coordinatrice dell’Ufficio scolastico provinciale per l’integrazione, nell’anno scolastico 2008-9 a Milano e provincia sono entrati nelle classi 3.690 alunni provenienti direttamente dall’estero. Ma dal maggio scorso ad oggi questa quota è scesa a 1.900. Il problema resta comunque drammatico, perché inserire in una classe in qualsiasi momento dell’anno scolastico bambini e ragazzini che non conoscono una parola di italiano crea indiscutibilmente dei disagi enormi, per chi viene inserito ma anche per l’intera classe. «I numeri dei neo-arrivati – osserva la professoressa Garlaschelli - sono ancora alti e vanno a incidere spesso su realtà scolastiche già in sofferenza. Occupiamoci almeno di loro. Come agire per controllare o almeno regolare questo flusso continuo, che investe le scuole in corso d’anno, a organici chiusi, fa lievitare il numero di alunni per classe, incide sulla didattica anche con l’ingresso nelle aule di bambini stranieri portatori di handicap, che spesso sono gli ultimi a raggiungere le famiglie in Italia?». Si impone pertanto un intervento puntuale ed efficace. «La padronanza dell’italiano è fondamentale per l’inserimento dei bambini a scuola e nell’extrascuola e per la loro emancipazione sociale e culturale - dice ancora Rita Garlaschelli -. Solo nel nostro Paese possiamo continuare a negare l’evidenza in proposito e spesso a dare a molti bambini stranieri la conoscenza della lingua italiana a livello elementare, sostanzialmente per ascoltare e farsi capire. Li inseriamo nelle classi, gli insegniamo a comunicare e poi magari li fermiamo per uno o più anni perché non sanno scrivere in italiano o non riescono a studiare sui nostri libri la storia o la matematica. E dietro l’angolo c’è solo il disagio, e poi la dispersione, inevitabile. Occorre strutturare con precisione gli interventi di prima e seconda alfabetizzazione e non lasciarli all’improvvisazione di un territorio o di una singola scuola. Vanno definiti gli standard di competenze per la comunicazione e quelli per lo studio; occorre, soprattutto, che a proporre l’attività di alfabetizzazione sia personale preparato, stabile, non docenti in fuga dalle classi o precari. Molte scuole hanno insegnanti preparati, altre solo persone di buona volontà, altre ancora nessuna risorsa, e allora magari i loro dirigenti scolastici dicono di non poter accogliere i bambini stranieri e li dirottano altrove». Per fronteggiare questo problema la soluzione finora individuata era quella di ricorrere ai cosiddetti «insegnanti facilitatori», vale a dire di insegnanti che avevano come compito quello di aiutare i bambini e i ragazzi a imparare la nostra lingua per poter comunicare con gli insegnanti e con i compagni. Paradossalmente dieci anni fa quando il problema aveva dimensioni certo minori a Milano e provincia venivano assegnate alle scuole 700 docenti di questo tipo, ma ora questa risorsa si è ridotta a 90 unità. Che fare, allora? Secondo la coordinatrice per l’integrazione dell’Ufficio scolastico provinciale bisogna agire su scala territoriale. «Penso soprattutto alle istituzioni dove i neo-arrivati sono pochi, da uno a cinque, e non si riesce a garantire la presenza di un docente per gestire un corso di alfabetizzazione – dice -. Non scartiamo a priori l’idea di laboratori di formazione linguistica a livello territoriale, con una frequenza anche a tempo parziale: i bambini neo-arrivati vi potrebbero essere inseriti per un arco temporale variabile (con una breve full immersion o in rapporto all’acquisizione o meno delle competenze previste), magari solo durante la mattinata, per poi tornare per l’intervallo mensa e il pomeriggio nella scuola dove sono iscritti».
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