Elvio Silvagni, l'imprenditore a capo del gruppo Silver1, attorno al quale ruota il marchio di calzature Valleverde, ha raccontato come si è trasformato il settore delle calzature e gli impatti delle nuove tensioni geopolitiche sul mercato.
Nel 2015 il gruppo Silver 1 ha rilevato Valleverde. Il fatturato è passato da 1,5 milioni a 30 milioni nel 2025. Com'è cambiata la vostra strategia in questi dieci anni?
«Siamo nati nel '79 e facciamo questo lavoro da tantissimi anni, nel 2015 Valleverde era in vendita e l'abbiamo rilevata perché restava un marchio storico. Il primo punto è stato ampliare la gamma: il brand era nato come scarpa comoda, noi lo abbiamo trasformato in un prodotto attento alla moda e ai materiali. Ci siamo adeguati al mercato posizionandoci in una fascia media, evitando il lusso che oggi è in crisi. E, accanto alla pelle, il nostro nuovo materiale di punta è il nylon per le sneakers. Il mondo dei materiali si evolve, oggi vanno i modelli leggeri e flessibili. Vent'anni fa dominava il cuoio, ma i giovani di oggi crescono con le sneaker sintetiche e se le portano per tutta la vita, quasi non sanno più cosa sia la pelle. Ormai si stanno allineando anche le vecchie generazioni: chi ha una certa età porta stabilmente queste nuove calzature».
Il settore calzaturiero, nel suo complesso, ha perso il 20% in due anni e le previsioni restano complesse. Come state affrontando questa congiuntura e cosa succederà ai listini?
«Siamo molto preoccupati per le tensioni in Medioriente e per i rincari. Per venire incontro ai nostri dipendenti abbiamo lavorato a un aumento dell'11% degli stipendi, ma, allo stesso tempo, prevediamo anche un incremento dal 10 al 15% sulle materie prime. Per la merce ora nei negozi i prezzi non cambiano, e per l'autunno gli aumenti saranno contenuti perché abbiamo già gli ordini in casa: i rincari, per ora, li assorbiamo noi. I veri nodi arriveranno con il campionario estivo 2027, dove prevediamo aumenti oltre il 10%. Sicuramente non saremo gli unici e significa che i rinnovi contrattuali saranno bruciati in sei mesi dal costo della vita. La vita è cara e le priorità delle persone sono cambiate: prima si pensava a scarpe e abbigliamento, oggi l'obiettivo sono le vacanze».
Il tema dei costi si lega alla carenza di personale. Come si riflette questo scenario nella vostra produzione?
«Facciamo fatica a trovare personale, perciò inseriamo spesso lavoratori extracomunitari: la verità è che senza gli immigrati l'Italia non andrebbe avanti. Sul fronte macroeconomico, l'inflazione picchierà duro, come aveva già fatto durante il Covid o con l'inizio della guerra in Ucraina. Durante la crisi energetica legata all'Ucraina avevamo però trovato fonti alternative, oggi invece dipendiamo dagli Stati Uniti. La
Cina, al contrario, acquista energia a prezzi inferiori da Russia e Iran, e intanto investe massicciamente in eolico e solare. Noi in Europa siamo fermi».
Lei ripete spesso che l'Europa deve svegliarsi per difendere la propria manifattura. Quali riforme servono per tutelare i produttori dalla concorrenza asiatica?
«Negli ultimi giorni Draghi ha detto quello che noi sosteniamo da tempo: servono gli Stati Uniti d'Europa. Oggi non esiste un'unione reale, abbiamo un parlamento europeo frammentato in 27 parlamenti singoli. Intanto i buyer della calzatura comprano tutti in Cina, perché il divario nei costi di produzione con l'Estremo Oriente non è competitivo. L'automotive europeo si sta facendo ammazzare, i componenti solari arrivano tutti da fuori. Così ci impoveriamo anno dopo anno e non siamo in grado di aumentare i salari.
Per restare sul mercato servirà introdurre dei dazi protettivi a livello europeo, bloccando le importazioni della Cina per le multinazionali europee. Altrimenti la concorrenza asiatica ci distruggerà: loro stanno fermi e noi andiamo là a portargli il lavoro. Il 2027 sarà un anno complesso tra incognite di guerra e prezzi, inutile dire che sarà tutto rose e fiori».