Una rincorsa durata quattro anni, che alla fine ha riportato il gruppo Tim a produrre un profitto di 519 milioni di euro. L'ultimo anno in utile risaliva al 2020, in mezzo ci sono passati bilanci di perdite sanguinose (364 milioni solo un anno fa). Un risanamento condotto al traguardo dall'amministratore delegato Pietro Labriola (in foto), reso realtà attraverso la vendita al consorzio guidato dal fondo americano Kkr e di fatto separata a metà del 2024. Questo bilancio, dunque, è una demarcazione tra un prima e un dopo, con il 2026 che dovrebbe essere l'anno del ritorno alla remunerazione per i soci. Il ritorno all'utile «è una buona notizia che aspettavamo», ha detto ieri sera l'ad Labriola al Tg5, «quattro anni fa quando lo abbiamo dichiarato sembrava impossibile ma con il duro lavoro, la riorganizzazione commerciale, l'abbattimento del debito e soprattutto la continuità strategica siamo riusciti a raggiungere questo risultato».
Al netto del contributo della società dei cavi internazionali Sparkle (venduta al ministero dell'Economia e a Retelit), il gruppo ha totalizzato ricavi per 13,7 miliardi (+2,7%). Il contributo deriva per 9,54 miliardi dalle attività domestiche (le attività Consumer ed Enterprise), mentre la controllata brasiliana conta ormai per oltre il 30% del fatturato con un apporto da 4,2 miliardi e dà un contributo sostanziale alla redditività del gruppo. Rotto il soffitto di cristallo (il rosso rimane relegato in Tim Spa, comunque in forte riduzione a 155 milioni) delle perdite, il difficile arriva adesso per un gruppo che deve comunque misurarsi con un mercato delle telecomunicazioni impegnativo. L'entrata nell'azionariato di Poste Italiane come socio guida, e la prospettiva di sinergie, ha spinto il rally di un titolo che solo nell'ultimo anno è cresciuto di oltre il 116% a 0,59 euro. Ora il trend andrà consolidato una volta archiviato un anno comunque contraddistinto da voci straordinarie con proventi non ricorrenti per 157 milioni di euro (un conto che deriva dagli effetti positivi della restituzione di circa un miliardo di canone concessorio del 1998, a cui vanno sottratti un corposo pacchetto di costi anch'essi straordinari). Il risultato netto, a valle della quota di utile di 222 milioni di euro di competenza delle minoranze di Tim Brasil, è di 297 milioni. Uno degli aspetti più significativi, dal momento che la separazione della rete deriva proprio dalla necessità di abbattere il debito, è che lo scorso anno l'indebitamento after lease (quindi al netto dei contratti di leasing) è sceso di 412 milioni a quota 6,9 miliardi. Un risultato che era già emerso nei conti preliminari, ma che conferma il suo miglioramento insieme a tutti gli altri parametri di business come l'Ebitda after lease (i margini lordi al netto dei contratti di leasing) a 3,7 miliardi (+6,5%).
L'assemblea per approvare il bilancio è stata convocata per il 15 aprile, solo attraverso il rappresentante designato. All'ordine del giorno si voterà anche il riacquisto di azioni proprie fino a 400 milioni e sul raggruppamento (1 ogni 10) così che il numero totale delle azioni sarà ridotto a poco oltre 2,1 miliardi.
Per il piano invece bisognerà aspettare dopo l'estate.
Sarà svelato solo dopo la conversione delle azioni di risparmio (anch'esso un passaggio a suo modo storico per Tim) e alla luce dei principali dossier industriali in corso di valutazione, comprese le sinergie con Poste Italiane. Tra gli altri focus del mercato c'è il risiko delle società di telefonia nostrane. Un consolidamento del settore migliorerebbe la redditività e potrebbe rafforzare ulteriormente il rilancio di Tim.