La balla assoluta del fascismo «Male assoluto»

La balla assoluta del fascismo «Male assoluto»

Caro Granzotto, le incalzanti esternazioni di Gianfranco Fini riaprono le mai del tutto esaurite polemiche sul fascismo, che il presidente della Camera, erede di quel Movimento sociale a sua volta erede del Pnf, definì il Male assoluto. Io sono nato durante la guerra, ma ho il ricordo di quanto diceva mio padre, che il Ventennio lo visse per intero e da adulto. Pur non essendo un simpatizzante, dava del fascismo un giudizio tutto sommato positivo dicendo che «non mi fece tribolare». Io gli ho sempre creduto, perché non è possibile che il regime abbia fatto «tribolare» impunemente una nazione. Il dissenso si manifesta persino in regimi durissimi come quello iraniano, ma durante il fascismo e fino alla sua caduta (la Repubblica sociale è un altro discorso) non si registrò niente di tutto ciò. Magari non ci fu il consenso unanime, ma la gente non si lamentava ed ecco perché secondo me Fini sbaglia nel condannare come male assoluto una esperienza che è parte della storia patria.

È da tempo, caro Oppo, che l’antifascismo o comunque una sua larga parte ammette quel consenso che inizialmente negò per avvalorare la tesi del fascismo come un lungo golpe perpetrato da un manipolo di criminali contro il popolo. Ammessa, sebbene a mezza bocca, l’evidenza, l’antifascismo smise allora di rimanere circoscritto all’esperienza pratica (salvo che per la breve ma cruenta esperienza della Repubblica sociale) e cioè ai riflessi del regime sulla vita quotidiana, sull’esistenza dei singoli cittadini, chiamando invece in causa, ovviamente condannandola, l’ideologia. Non che si siano cancellate le colpe del fascismo in quanto prassi, ma escludendo le leggi razziali - e non è poco - più o meno si conviene che non furono così devastanti come invece il primo antifascismo pretendeva. Al principio dell’estate mi capitò fra le mani un libro molto interessante, «Il libro di Pietro», che raccoglie le memorie di Pietro Pinti. Nato nel ’27, Pinti ha lavorato nei campi (in tempi di mezzadria e quando la forza motrice era rappresentata dalle braccia e, se andava bene, dal bue) fino al 1970. Se è interessato alla quotidianità, alla vita e alla cultura contadina non se lo lasci sfuggire, caro Oppo (Editrice Aam Terra Nuova, 15 euri). Bene, da come la racconta, Pinti - un militante del Pci e quindi non sospetto di simpatie per il fascismo - visse il Ventennio senza mai avvertirne il peso. Insomma, il fascismo non condizionò negativamente la sua esistenza, non si sentì vessato o privato di questa o quella libertà. E anzi, se un giudizio esprime, non è certo negativo: «Una cosa che fece per noi Mussolini fu di dare ordini ai padroni di costruirci dei gabinetti». Poca roba, ma per chi precedentemente doveva appartarsi in campagna per soddisfare certe necessità, meglio di niente. Si dirà che Pinti era un contadino, con ben altre esigenze che non quelle di un intellettuale o di chi viveva la politica come militanza. Vero. Ma i Pinti, contadini o artigiani, impiegati o commercianti che fossero, rappresentavano la stragrande maggioranza degli italiani. E se, tanto per citare uno dei cavalli di battaglia dell’antifascismo, la mancanza di pluralità dell’informazione poteva risultare intollerabile ai primi, ai Pinti pesava poco o punto (senza dire che quando, durante la guerra, l’essere informato diventò una esigenza preminente, Pietro Pinti ebbe modo di tenersi aggiornato sintonizzandosi, con una radio a galena, con Radio Londra). Sono considerazioni, queste, che fino a non molto tempo fa erano ritenute inammissibili. Ricordo bene lo scandalo che suscitò uno scritto di Pierpaolo Pasolini su Sabaudia - città che il fascismo edificò per intero in poco più di un anno - descritta come grandemente ammirevole sia dal punto di vista urbanistico che della «qualità della vita» in grado di offrire. Era vero, ma allora, anni Sessanta, non lo si poteva dire. Oggi sì.