«Ballarò» riapre ma deve fare a meno delle polemiche

RomaI fatti di Kabul, dolorosissimi, almeno per un po’ mettono la sordina alla fiction. Fiction intesa come polemica, politica ma non solo, la cui trama narra di una lesa maestà ai signori di Raitre, ordita - guarda caso - dagli uomini del Cavaliere di stanza a viale Mazzini. Rei di aver osato far slittare di due giorni l’esordio di Ballarò, da martedì a giovedì, per fare un favore a Bruno Vespa e all’inquilino di Palazzo Chigi. Un’accusa chiara, che pende sui loro capi. Come dire: giù le mani dalla trasmissione di punta della rete guidata da Paolo Ruffini, convinto che lo sgarbo mediatico subìto lasci addirittura «intravedere scenari che sinceramente continuo a sperare non siano veri». Sarà.
Ciò che conta, invece, è che nel giorno del lutto nazionale, pure Giovanni Floris spinge sul tasto dello stand-by. Giustamente. E non replica come vorrebbe, magari, dinanzi ai propri telespettatori, a quell’atto «immotivato» che avrebbe spinto la direzione generale dell’azienda a puntare tutto sulla prima serata della rete ammiraglia, con lo speciale Porta a porta in diretta, poche ore dopo la consegna delle prime chiavi delle casette ai terremotati di Onna. Una decisione che, secondo il presidente dell’azienda, Paolo Garimberti, si poteva prendere prima, «evitando di mettere la Rai al centro di nuove polemiche politiche». Dalle parti di Mauro Masi e Antonio Marano, la vicenda viene letta in maniera ben diversa: non c’è stata alcuna censura. Si è trattato solo di un cambio di programmazione, deciso una volta definita la diretta del talk-show di Vespa, per una questione così rilevante come la consegna delle case post-terremoto. Tema che aveva già affrontato, in un paio di occasioni, dopo il sisma del 6 aprile.
Ma tant’è, apriti cielo. E grasse risate - è forse l’aspetto più esilarante - da parte di chi fa politica con la mano mancina, per il Gabriel Garko che, su Canale 5, le suona al presidente del Consiglio, ospite negli studi di via Teulada, in fatto di share. Divenuto d’incanto, a seconda dei casi, metro di giudizio inappellabile, indice di gradimento universale, referendum via telecomando sull’azione del governo. Così, titoli su titoli, senza che si vadano a vedere magari i numeri reali di contatti, tasto su cui spinge l’entourage del premier, che punta lo sguardo sugli oltre tre milioni di telespettatori, nella serata in cui sul satellite e sul digitale terrestre scendevano in campo pure Milan e Juventus.
Ma non divaghiamo, torniamo a Ballarò. Che nella sua puntata d’esordio, giunto all’ottava edizione, si presenta con un parterre di grande livello (Giulio Tremonti, Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Renata Polverini) per «parlare del nostro Paese», spiega il conduttore. Dove il motivo dominante, quantomeno nella sua prima parte, è il resoconto della tragedia in Afghanistan, con l’analisi bipartisan sul ruolo della missione italiana all’interno del contingente Isaf.
Insomma, non è tempo di polemiche strumentali. Lo si capisce sin dall’inizio del programma - perlomeno finché lo seguiamo prima di andare in stampa - che parte senza la copertina ironica di Maurizio Crozza . E che prosegue con gli applausi in memoria dei sei caduti. «In bocca al lupo ai militari rimasti», aggiunge Floris, prima di riassumere la scaletta e presentare gli ospiti. E dare la parola, per primo, a Tremonti. Pronto a riassumere il senso della missione Nato, volta a «contrastare il terrorismo», con l’obiettivo di portare finalmente la «democrazia nel Paese». A suo tempo, invece, si penserà magari a «ridurre le truppe».
Per adesso, l’Italia non abbandona la scena. Certo, «non possiamo andare via domani mattina», concorda Bersani, ma «restare là non significa per forza nelle modalità attuali». E poi, «ci vuole una corresponsabiltà più forte da parte di altri Paesi, come Pakistan e Cina». Se ne discute apertamente, attraverso la «buona politica», auspica il ministro dell’Economia. Ma «siamo ancora ai primi cinque minuti», fa notare un po’ profetico Floris. E sul nostro ruolo internazionale si comincia infatti a questionare un po’. Ma è roba di poco conto. Perché, è il richiamo di Casini, «va salvaguardato il Paese, a prescindere da chi governa».