Mentre l’Italia si divide tra pagelle, outfit improbabili e tormentoni destinati a durare lo spazio di un mattino, c’è chi ha deciso di portare il Festival a tavola. Non sullo schermo, ma tra i calici. A Milano, questa settimana, il richiamo è esplicito: da RaMe Bistrot le Cene Cantate dedicate ai brani che hanno fatto la storia di Sanremo trasformano la ritualità della cena in un piccolo rito collettivo. Venerdì 27 e sabato 28, niente playlist di sottofondo, ma interpretazioni dal vivo che attraversano decenni e generazioni, con l’inevitabile effetto karaoke trattenuto — almeno nelle intenzioni.
L’operazione funziona perché non prova a imitare il palco del Festival di Sanremo, ma a distillarne l’essenza: memoria condivisa, ritornelli che tornano a galla, quella strana liturgia popolare che ogni anno tiene insieme nonni e nipoti. Qui però il volume si abbassa, le luci si fanno più calde, l’atmosfera più raccolta. La musica dal vivo si intreccia con una cucina mediterranea che punta su tecnica e materia prima, lasciando che sia l’insieme — e non l’effetto speciale — a costruire la serata.
Non è l’unico fronte aperto. Da giovedì 26 debutta un nuovo appuntamento fisso: ogni settimana la colonna sonora sarà dedicata agli anni Ottanta, decennio che non conosce crisi di consenso. Un viaggio tra melodie immediatamente riconoscibili, energia e leggerezza, inserito con coerenza in un’identità già abituata a muoversi tra jazz, swing e soul. La promessa è chiara: musica e cucina dialogano, ma senza pestarsi i piedi.
Il locale si chiama RaMe, è al numero 52 di via Piero della Francesca e si muove su un crinale preciso: nostalgia sì, ma con moderazione. L’idea è quella di un bistrot che guarda agli anni Trenta con spirito contemporaneo, costruendo un ambiente che privilegia la permanenza. Velluti, boiserie, una palette che gioca tra verde salvia e ottone brunito, tavoli ben distanziati e una luce studiata per non tradire né i volti né i piatti. Al centro, il bancone bar — rivestito in ceramiche verde bottiglia — è un omaggio dichiarato alla Golden Age della mixology.
La drink list insiste su quel registro: classici riletti con misura e qualche firma della casa come lo Smoked Martinez affumicato al tavolo o l’Old Secret Soul tra whisky torbato e cannella flambé. Il messaggio è coerente: eleganza senza nostalgia museale.
In cucina, il Mediterraneo è la bussola. Il percorso “Racconto Mediterraneo” alterna crudi di mare, raviolo all’astice con bisque e stracciatella affumicata, linguina con vongole, calamaretti e bottarga, fino a un risotto al limone con scampo crudo. Nei secondi, rombo con topinambur e cardoncello o pluma iberica flambata al Martini confermano una linea che cerca equilibrio più che stupore. Anche i dessert — dallo zabaione con lamponi al tiramisù espresso al tavolo — chiudono il cerchio con una rassicurante idea di rito.
La carta vini attraversa territori francesi e italiani con un taglio classico, mentre la selezione di distillati guarda a piccole maison e produttori indipendenti. Nulla di rivoluzionario, ma una costruzione coerente.
In una città che cambia format alla velocità di un feed social, RaMe sceglie di rallentare.
Si presenta come salotto milanese dove la conversazione torna centrale e la musica dal vivo non è cornice, ma parte dell’esperienza. Sanremo, gli Anni Ottanta, il jazz: più che eventi, pretesti per ribadire un’identità. Che non urla, non ammicca, e prova a trasformare la memoria in un esercizio contemporaneo. A Milano, di questi tempi, non è poco.