Bambino Gesù, intasato il pronto soccorso

L’APPELLO Anche in ospedale i test vengono fatti a campione, non a tutti i presunti malati

Pronto soccorso intasati, ospedali in tilt, superlavoro per i medici e pazienti che aspettano ore e ore per essere visitati. La paura dell’influenza A ha contagiato tutti, molto più del virus. Le strutture sanitarie della capitale rischiano di scoppiare ancora prima che si arrivi al picco della nuova pandemia, atteso per novembre.
Purtroppo è la fascia pediatrica quella maggiormente colpita in questi giorni, come dimostra l’assalto al Dipartimento di Emergenza e Accettazione del Bambino Gesù, il nosocomio da sempre in prima linea nella cura dei piccoli pazienti. Il dottor Antonino Reale, responsabile dell’Unità operativa di pediatria dell’emergenza del Dea, spiega che da cinque giorni si è entrati nel pieno della pandemia. «L’accesso al pronto soccorso è decisamente aumentato - sottolinea il dottor Reale - ogni giorno visitiamo circa 180 pazienti e di questi un centinaio vengono per stati influenzali, febbrili o adenovirus. La percentuale di casi di influenza A sul totale è alto: 30-40 per cento». Solo al Bambino Gesù, quindi, vengono scoperti trenta nuovi casi di contagio ogni giorno. «Stiamo addirittura facendo un percorso “dedicato” per i pazienti sospetti, con area triage e sala di attesa apposita, proprio per evitare che i piccoli sani o con patologie gravi contraggano il virus dagli altri che giungono in ospedale e risultano positivi al test - spiega l’esperto -. Ma il problema deve essere gestito dalla medicina del territorio. Venire in pronto soccorso è la cosa più sbagliata che si possa fare a meno che non ci siano reali indicazioni. La H1N1 è una normalissima influenza, anche meno seria di tante altre, ma il problema è legato alla rapida diffusibilità, in quanto il nostro organismo non conosce questo nuovo virus. Quindi se un bambino ha febbre alta che insorge rapidamente, diarrea, vomito o ancora dolori muscolari e sintomi respiratori, bisogna farlo visitare a domicilio dal medico di famiglia o dal pediatra a domicilio. Sarà eventualmente lo specialista a indirizzarlo, qualora ci fossero complicanze, in ospedale. In caso contrario un bimbo sano potrebbe ammalarsi proprio venendo qui, a contatto con gli altri».
Intasare i pronto soccorso, quindi, non serve, anche perché i test vengono fatti a campione, soprattutto alle persone ricoverate e non a tutti i soggetti. Il vaccino, invece, secondo l’esperto è utilissimo. La campagna è già iniziata in tutte le strutture del sistema sanitario regionale: i primi «buchi» sono toccati a medici, operatori sanitari, bambini con gravi patologie croniche e donne dal sesto mese di gravidanza. Le dosi inviate finora sono 125.800 e lunedì ne arriveranno altre centomila. Ma ne servono molte di più. Mercoledì nei presidi della Asl RmE, RmF, RmG, San Filippo Neri si è dato il via alla vaccinazione, giovedì è partita anche nella Asl RmB e al Sant’Andrea e da lunedì si proseguirà nelle Asl RmC, RmD, Frosinone, Rieti, Viterbo e ospedale San Giovanni. Martedì via libera anche al San Camillo, giovedì alla Asl RmA e entro la fine della settimana alla Asl RmH e a Latina.
I posti letto attivati per far fronte all’eventuale emergenza sono 400 per l’area medica, ottenuti attraverso la riorganizzazione dei reparti di degenza. Per l’area pediatrica invece sono 170. «Il mio consiglio alla popolazione è di vaccinarsi - spiega Reale - lo dovrebbero fare sia i bambini che i loro genitori, a partire da quelli a rischio. Sarà il pediatra di base a indicare quanti hanno problemi cronici: saranno loro a poter accedere al vaccino per primi. Poi toccherà a tutti gli altri».
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