Bataille e l’orrore assoluto Torna il processo a Barbablù il primo feroce serial killer

«I l detto Gilles de Rais, accusato, di sua spontanea volontà e pubblicamente dinanzi a tutti confessò che, per causa della sua bramosia e per suo piacere sensuale, rapì e fece rapire tanti bambini da non saperne precisare il numero; i quali bambini egli uccise e fece uccidere e con essi commise il vizio e il peccato di sodomia; e disse e confessò che spandeva il suo seme nel modo più peccaminoso sul ventre di detti bambini, sia prima che dopo la loro morte, e anche mentre morivano; ai quali bambini qualche volta egli stesso, e a volte altri suoi complici (...) infliggevano diverse specie di torture: talvolta separavano la testa dal corpo a mezzo di spade, pugnali e coltelli, talaltra li percuotevano violentemente sulla testa con un bastone, o con altri oggetti contundenti, o ancora li attaccavano alla sua stanza con una pertica o a un gancio con delle corde e li strangolavano; e quando agonizzavano, egli commetteva con loro il vizio sodomitico nel modo suddetto».
Era sabato 22 ottobre 1440 quando, di fronte al vescovo di Nantes, al vicario dell’inquisitore e ai giudici del tribunale, il maresciallo di Francia e cavaliere Gilles de Rais crollò definitivamente fra le lacrime. Undici anni prima, appena venticinquenne, a fianco di Giovanna d’Arco fu il più valoroso dei comandanti delle truppe, nella battaglia di Patay contro gli Inglesi, una delle più difficili di tutta la Guerra dei Cent’anni. Un eroe. Ricchissimo. Famosissimo e onorato dalla Francia intera. Eppure così orribilmente fragile, violento, crudele. Oggi si direbbe una personalità disturbata. Di sicuro, una delle figure più morbosamente affascinanti della storia. E proprio a lui, in questi giorni, è dedicata la ristampa di una giustamente famosa biografia scritta dal filosofo Georges Bataille nel 1965 e da tempo assente in libreria: Il processo di Gilles de Rais (Guanda, pagg.312, euro 18).
Nell’analisi degli atti del processo (giunti a noi praticamente integrali) Bataille annoda i fili invisibili di una vita meravigliosa e spaventosa insieme e i fili di una società, quella feudale, in cui la morte era perfettamente inserita nella trama quotidiana, in cui religiosità e violenza camminavano fianco a fianco. Gilles de Rais era un mostro. Ed era leggendario, spesso riconosciuto come il mitico Barbablù (il quale però, secondo la fiaba, uccideva le mogli e non i bambini), temuto e rispettato nelle sue terre. Egli si aggirava con i fidi servitori a prelevare, dopo una scelta attenta, i bambini delle famiglie povere, adescandoli con promesse di ogni tipo e ottenendo spesso il favore delle famiglie, per poi non restituirli mai più. Le voci giravano, la gente sospettava o sapeva. Eppure, finché il signore di Rais non fece un passo falso, negli anni in cui degenerò sperperando ricchezze e salute mentale, ubriaco e sempre più schiavo del vizio, avendo rapito in una chiesa un prelato come atto di vendetta in un momento di collera, fino a quel momento nessuno fece nulla.
Ci volle un casus belli per catturarlo e finalmente sottoporlo a processo. L’accusa era di «assassinio e di sodomia, di evocazione di demoni, di offesa alla Maestà divina e di eresia». Non fu mai chiarito, ma si pensa che le vittime fossero almeno centocinquanta. Per lo più bambini maschi. All’inizio Gilles de Rais insultò la corte ed i sacerdoti, poi crollò e confessò l’inconfessabile, tra le lacrime, in un processo plateale quanto la sua vita intera, che portò la folla a commuoversi quando egli implorò (e ottenne) la revoca della scomunica, quando descrisse per filo e per segno gli abusi commessi - ma non la devozione al diavolo che temeva di ammettere più di ogni altra cosa - e quando fu accompagnato al patibolo e poi ai suoi funerali cristiani, e perfino alla sepoltura nella chiesa di Nôtre-Dame-du-Carmel, oggi andata distrutta. La folla addirittura pianse per il mostro.
Il fascino che un simile criminale può aver esercitato sul nietszcheano Bataille, al punto da dedicargli un saggio così articolato, è evidente: la storia di Gilles de Rais è quella di un mondo nobiliare in cui tutto è concesso, senza ragione, ma per puro diritto sugli umili. E quindi la sua tragedia rappresenta «l’impotenza della ragione», la sua sconfitta. È l’impossibile che si fa storia, a partire dalla forza malvagia del dispendio di vite umane e di ricchezze. La caduta nel vortice vizioso di erotismo perverso, religione tradizionale e satanismo ingenuo; la magnificenza e l’abisso (altro tema tipico di Bataille), la potenza dell’uomo in armi e la sua fragilità mentale, quasi infantile, la sociologia del mondo feudale che faceva della guerra un gioco e della vita altrui un passatempo, l’ossessione del prestigio pubblico, il pentimento pubblico e la conquista del cuore della folla; la teatralità allucinata dei gesti, anche nella morte; l’eccesso. Secondo l’atipico scrittore e filosofo francese, Gilles de Rais potrebbe quindi essere il prototipo, spinto alle estreme conseguenze, dell’uomo stesso.

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