La guerra è cambiata. Non stupisce: è nella sua natura, tutti sanno che è il regno dell'instabilità. Sun Tzu scriveva, già millenni fa, giusto per fare un esempio classico, che "la guerra è il tao dell'inganno". Tao in cinese, riducendo ai minimi termini una cosa poco traducibile, sarebbe una forza inarrestabile e incomprensibile, In questo caso pure dell'inganno... Molto più prosaicamente in Occidente sono noti il vecchio aforisma che ci dice che i generali sanno sempre combattere la guerra precedente o la frase attribuita a Helmuth von Moltke (il Vecchio): "Nessun piano regge il contatto con il nemico.
Ma oggi quando diciamo La guerra è cambiata - proprio il titolo del breve ma illuminante saggio di Alessandro Arduino - intendiamo qualcosa di più radicale di quanto sia mai accaduto sin qui. Sì persino considerando la svolta prodotta dalle armi atomiche. Proviamo a seguire il ragionamento che Arduino - docente al Lau China Institute del King's College di Londra e Fellow al Royal United Services Istitute - fa sulla metamorfosi del campo di battaglia e soprattutto sui bias cognitivi che caratterizzano le nostre aspettative sul medesimo.
Lasciamogli la parola, perché ha il dono della sintesi: "Dalle cronache dell'antica Cina emerge la figura di un mercante di armi che proponeva scudi impossibili da perforare e lance in grado di trafiggere qualsiasi protezione... Finché un mercante osò chiedergli una dimostrazione: l'efficacia della sua lancia contro il suo stesso scudo. Quel giorno il silenzio del mercante fu più eloquente delle sue parole".
Ma noi rischiamo di essere nella stessa condizione del mercante: "Oggi l'uso di droni da combattimento, l'intelligenza artificiale che decide in un istante chi colpire, e i sistemi di monitoraggio satellitari che trasmettono le battaglie in tempo reale a spettatori comodamente seduti davanti ai loro tablet promettono scudi indistruttibili e lance imbattibili". Ma è la solita bugia. L'accelerazione tecnologia ha moltiplicato l'inganno.
Le prime vittime, anche se ad accorgersene furono un numero limitato di analisti e non il grande pubblico, furono gli Armeni. Nella seconda guerra del Nagorno Karabakh vennero travolti dagli azeri che schieravano un nuovo tipo di aviazione composta dai droni turchi Bayraktar Tb2 e dalle loitering munitions israeliane. Le loro postazioni, le batterie di artiglieria, le formazioni blindate, vennero bersagliate senza sosta da questi mezzi a basso costo e guidati a distanza. Ad un certo punto bastava il rumore di un drone per far arrendere i soldati di Erevan.
Sarebbe dovuto bastare per capire che piega avrebbero preso gli eventi nello scontro in Ucraina e a lanciare un monito sul futuro.
Invece no, il ragionamento non è andato oltre alla corsa al drone... Ne è nato un business globale mentre sul campo di battaglia si faceva sempre più strada l'Ia. La guerra radiocomandata a distanza è una realtà, quella fatta da macchine autonome è dietro l'angolo.
Ma questa guerra è molto più lancia che scudo. Le macchine costano poco, i modelli più semplici sono poco più che droni commerciali rimaneggiati. Ma difendersi, abbatterli, costa tantissimo e richiede sistemi d'arma sempre più sofisticati. È stata la scelta di Putin: ha investito molto poco per fermare i droni ucraini che fanno strage dei suoi soldati. In compenso ha fatto la spesa rifornendosi di migliaia di droni iraniani a basso costo, prodotti anche su licenza. Per fermare le loro ondate sulle città ucraine è stato necessario un investimento tecnologico e di denaro pazzesco. Un investimento che funziona sino ad un certo punto.
Il risultato? L'illusione di una guerra combattuta per procura e con un visore elettronico si è trasformata in una macelleria in stile Prima guerra mondiale dove però ogni sottile ronzio volante è una minaccia di morte. E chi non è preparato a combatterla come i soldati coreani mandati al fronte come carne da macello per compiacere Mosca. Precipitati da un mondo senza internet ad un campo di battaglia ipertecnologico si sono ridotti ad usare i propri commilitoni come esche nel tentativo di abbattere i droni. Facile immaginare con che rateo di perdite. Su questo l'analisi di Arduino è impietosa, siamo precipitati in un nuovo tipo di conflitto automatizzato che certamente non costerà poco, certamente colpirà duramente i civile e non sarà mai breve.
Per fortuna nella complessità alcune potenze si sentono probabilmente più fragili di quanto diano a vedere.
Spiega ancora Arduino che "non è un caso se "nella Cina di Xi Jinping, subito la disfatta russa nel tentativo di conquistare l'Ucraina in breve tempo, le teste di numerosi generali hanno cominciato a cadere... come se il vero nemico da sconfiggere fosse ormai dentro, annidato tra le file stesse del Partito e dell'esercito... Se l'intelligence cinese non è riuscita a vedere la fragilità della macchina da guerra russa, se gli analisti militari dell'Esercito Popolare di Liberazione hanno sopravvalutato la dottrina di Mosca al punto di crederla invincibile, allora la domanda per Xi diventa inevitabile: il suo stesso esercito è davvero all'altezza?". Speriamo che i cinesi non cerchino nella pratica la risposta. Ma i dubbi non sono solo loro. Moltissime nazioni hanno eserciti che non hanno mai combattuto nulla di simile a conflitti come questi, in cui il campo di battaglia è saturato da macchine che non dormono mai e sorvegliano tutto. E se facessero cilecca? Il dubbio vale anche per la maggior parte delle nazioni europee e per certi versi anche per gli statunitensi, non tutto il mondo è Venezuela. E alle spalle del tutto si muovono anche nuovi e temibili apparati industriali. Sino al 2022 comprare armi russe sembrava a tutti una buona idea, erano un brand. Ora...
a fare la differenza sono società americane come Palantir che vendono intelligenza artificiale. Oppure i mercenari che consentono di non presentare un conto troppo alto a casa...La guerra è cambiata, non sappiamo ancora quanto, ma non è certo cambiata in meglio. È precisa quanto una macchina e feroce come noi.