Un bel libro? Può essere una malattia

In Il vizio di leggere Vittorio Sermonti racconta la sua "cartella clinica" di consumatore onnivoro Tra l’influenza inventata per stare da soli con Guerra e pace e convalescenze da romanzi contagiosi

Siccome lui lo fa con gli altri, cioè «ruba» le pagine che più gli aggradano, non si offenderà se anche noi rubiamo a lui una frase. Anzi, per la precisione non a lui la sottraiamo, grazie alla comodissima destrezza della citazione, ma a Charles Lamb. Il saggista inglese afferma infatti che «chiunque dica un verso di Shakespeare è William Shakespeare». E siccome il «lui» in questione è Vittorio Sermonti, autore di Il vizio di leggere (Rizzoli, pagg. 638, euro 24,50), chiediamo al nostro, di lettore, di chiudere un occhio sul furto appena commesso a fin di bene. Cioè al fine di spiegare il succo della sua (di Sermonti) operazione: dimostrare l’esatta corrispondenza fra scrittura e lettura.

Ma attenzione, pensateci bene prima di firmare il contratto a tempo indeterminato che quella vecchia volpe vi propone. Sottoscriverlo significa accettare, come datore di lavoro, non soltanto uno Shakespeare o un Gogol’, una Dickinson o un Borges, ma anche l’autore del bugiardino del farmaco che dobbiamo assumere, o la prosa delle norme antincendio appese da qualche parte in ufficio. La lettura, ci ammonisce Sermonti, è una dannazione, un patto con il Diavolo: una volta varcato il portone della sua reggia, saremo agli arresti domiciliari, e nessun giudice potrà tirarci fuori di lì. Nell’enorme teca in cui Sermonti colleziona le sue pagine-farfalle, ce n’è una della quale conviene esaminare con la lente due frasi, due ali. Sono di Cesare Garboli: «Si scrive quando la gioia o il desiderio di vivere non basta. Si scrive quando e perché si è malati». Leggere è la convalescenza della malattia scrittoria, quella condizione intermedia fra ricaduta e rinsavimento. Si mangia in bianco, si beve acqua, si va a letto presto. E con un libro che ci aiuti a non guarire del tutto.
In questa autobiografia differita, appaltata a decine e decine di firme, partendo da Tolstoj per arrivare a von Hofmannsthal (e passando attraverso un Almanacco Panini, i «poemi dinastici» dell’antico Rwanda, la scheda geopolitica della Danimarca...) Sermonti ci squaderna senza pudore la propria cartella clinica. Che, ragazzino, simuli un’altra malattia, molto più banale, per leggersi Guerra e pace senza interruzioni e distrazioni, oppure, adulto, anzi attempato, sbirci fra uno sbadiglio e un brivido bibliofilo il volume che la moglie ha tra le mani, l’Autore si guadagna la nostra solidarietà. Non la nostra invidia, però. Oggi lui confessa (lo ha fatto in una recente intervista) di averne abbastanza delle letture pubbliche di Dante che lo hanno reso noto anche al grande pubblico. Ovviamente per colpa del pubblico, non di Dante (non sia mai...). Il troppo storpia anche nel castello incantato delle parole, del Logos, quando il castello diventa una cattedrale illuminata a festa.

Perché la lettura, ancor più della scrittura, è, deve essere, un interesse privato in atto pubblico, laddove il privato del singolo mitiga e mette fra parentesi il coram populo dell’opera esposta per sempre alle intemperie. L’anonimato del lettore si deve sovrapporre, deve corrispondere al millimetro, a quello dello scrittore che, una volta lanciato il suo messaggio in bottiglia, automaticamente certifica, come pensava Foucault, il proprio stato di naufrago. Quando Céline esordisce, alla Sorbona, nella dissertazione di laurea sul dottor Ignaz Philip Semmelweis con una premessa che è la storia dell’Europa nel XVIII secolo, gioca a carte scoperte, getta la penna oltre l’ostacolo con la leggerezza e l’incoscienza del predestinato. E quando lo stesso Sermonti elenca, con l’acribìa dell’enciclopedista, la miriade di titoli comparsi in un giorno qualsiasi, il 16 dicembre 2007, sul Corriere della sera, costruendo così un poema inconsapevole della quotidianità, compie la stessa operazione, piegando le parole al proprio volere.

Per concludere, meglio affidarsi a un’altra farfalla esposta dall’entomologo Sermonti. È di Antonio Machado: «Si mente più del previsto/ per difetto di fantasia:/ anche la verità va inventata». Sì, la menzogna è l’unica che può mettere una toppa al difetto di creatività, quando quest’ultima non riesce a inventare la verità. Vale per chi scrive e per chi legge.