Tra gli inviati italiani fra le due guerre, Vittorio Beonio Brocchieri ebbe un posto tutto suo. Lo chiamavano "l'inviato volante", ma, anche, più semplicemente "El matt", perché la sua specialità erano i reportage "dal cielo", nel senso che usava l'aereo, un biplano Caproni, come fosse un treno, una nave o un'automobile con lui al volante, alla guida, al timone... Nato nel 1902, entrato in forza al Corriere della Sera che aveva da poco trent'anni, apparteneva a una generazione che principiava per età con Malaparte e proseguiva con Vittorio G. Rossi, Montanelli, Emanuelli, Vergani, Santi Sorrentino, Barilli, Max David, per citare solo alcuni nomi di una lunga lista che contribuì a innervare il linguaggio da letterati qual era in fondo quello dell'Italia dell'epoca, dove difficilmente uno scrittore usciva dai confini di casa e ancor più difficilmente entrava in una taverna....
Di quasi tutti questi giornalisti sopracitati ci sono dei libri che ancora oggi resistono e gli eventuali coni d'ombra che periodicamente possono coprire altri titoli non sono altro che aggiustamenti di tiro necessari a fronte di una produzione che se fu ampia fu spesso anche ripetitiva. Per restare a Beonio Brocchieri, basterà ricordare Da solo attraverso i cieli, Dall'uno all'altro Polo, Cieli d'Etiopia, In volo attraverso i secoli, Stormi d'Italia sul mondo, che altro non sono che l'ennesima virata sul tema.
Va detto altresì che Beonio Brocchieri aveva una cultura scientifico-filosofica superiore a quella di quasi tutti i suoi colleghi reporter dell'epoca. Plurilaureato, giurisprudenza, dottrine politiche, filosofia, un incarico neppure ventenne all'università di Pavia, fra i primi a far conoscere l'opera di Oswald Spengler in Italia, aveva anche una discreta mano di pittore ritrattista. Morì che aveva superato i settant'anni, da professore emerito di Storia delle dottrine politiche, nonché fondatore del Centro studi dei popoli extraeuropei, e ancora negli anni Sessanta fu autore per Longanesi di un romanzo, Nuna, che varrebbe la pena ristampare, una storia quasi di horror metafisico, quella del comandante Larsen che vorrebbe ritagliarsi in Groenlandia uno Stato tutto per sé - Caput mundi l'ha battezzato - grazie al quale, cioè alle sue ricchezze estrattive, sovvertire l'ordine mondiale. Costruito come un sapiente pastiche di diari inediti e ritrovati, il protagonista di Nuna è una sorta di prototipo darwinista-nietzschiano il cui razionalismo via via sempre più paranoico di fronte alla natura e alle sue leggi lo condurrà a un susseguirsi di tragedie, in un'atmosfera che ricorda Poe, Lovecraft ma anche, singolarmente, Stephen King...
Bene dunque ha fatto l'editore De Piante a trarre dal mazzo degli scritti aeronautici di Beonio Brocchieri quel gioiellino che è Al vento della steppa, uscito nel 1935 e a cui ha felicemente aggiunto come sottotitolo "Viaggio nell'impero Stalin" (introduzione di Antonio Armano, postfazione di Vittorio H. Beonio Brocchieri, pagg. 352, 25 euro).
Come e perché venisse concesso a un giornalista italiano di sorvolare l'Urss e di atterrare, più o meno, dove gli pareva, proprio in quegli anni Trenta in cui lo stalinismo stringeva il Paese in un pugno censorio che in pratica lo escludeva dal mondo esterno, è uno di quei misteri che vale la pena cercare di svelare. Nella sua brillante introduzione, Antonio Armano avanza l'ipotesi di una sottovalutazione dell'impresa in sé, scambiata più che altro per un exploit aviatorio. Non va dimenticato che tutto il viaggio fu fatto pilotando un Caproni CA 100, un biplano che aveva un motore da 100 cavalli, e in solitaria, perché Brocchieri non voleva avere pesi inutili, in specie umani, con sé... Più che di sottovalutazione però io parlerei di giusta valutazione: negli anni precedenti, da giornalista, Brocchieri aveva partecipato alla spedizione alla ricerca del norvegese Amundsen, a sua volta persosi nel cercare il dirigibile Italia di Nobile; faceva parte dell'entourage che ruotava intorno a Italo Balbo e si dava il tu con Ferrarin, De Pinedo e i vari assi dell'aria italiani e stranieri che proprio in quegli anni andavano propagandando il mito di questa nuova creatura alata e per metà umana che dai racconti di Saint-Exupery alle poesie di Auden al mito della velocità del Lawrence (in servizio sotto falso nome presso la Raf), ridisegnavano l'orizzonte eroico-antiborghese dell'aria, un orizzonte di cui anche l'Urss con i suoi piloti, tipo Vodopianov, uno dei sette salvatori del Celuskin, faceva legittimamente parte.
Appena tre anni prima, del resto, proprio Balbo aveva celebrato a Odessa il decennale dell'aviazione italiana e l'Italia di Mussolini era stata il primo Paese occidentale a riconoscere diplomaticamente l'Urss di Lenin... La stessa figura dell'"uomo nuovo" fascista aveva più motivi di contatto con quella dell'"uomo nuovo" comunista di quanto non ne avesse con il deputato radicale di Parigi o l'uomo d'affari della City di Londra, ma qui stiamo entrando in un campo ideologico troppo vasto e che rischierebbe di portarci fuori strada.
Va detto, per concludere, che Beonio Brocchieri, come più tardi avverrà per Curzio Malaparte, vedeva nell'acciaio, nella classe operaia e in quella che gli sembrava essere una nuova Russia a petto e a dispetto di quella zarista sconfitta, un elemento di modernità; era affascinato dalla macchina e dalla tecnica, nonché dalla maxi-industrializzazione di cui L'Urss si faceva portatrice.
L'exploit del suo viaggio si racchiude in 17mila chilometri di volo, sorvolando la Russia dal basso, Odessa, Rostov, Astrakan, risalendo per Saratov, Omsk, Irkutsk e poi rientrando da Tomks, Kazan, Mosca e infine la Polonia...
Vide molto Beonio Brocchieri. Vide figure ufficiali, la vedova di Lenin, Gorki, il figlio di Tolstoi, vide la povertà e la fame, vide lo sforzo industriale russo nella logica però di chi impiantava le fabbriche prescindendo dalle località e dalle esigenze a cui quelle fabbriche avrebbe dovuto fare fronte. Vide l'ateismo di Stato, e tuttavia il brillare sotto traccia di quella fiammella religiosa ortodossa mai del tutto spenta. Vide la propaganda, ma si rese altresì conto della più totale ignoranza che i russi avevano riguardo al mondo esterno. Uno sguardo alle calzature, per strada, in fabbrica, fibre, gomma, surrogato gli fa capire che c'è una penuria alimentare, ovvero manca il cuoio, le vacche, i manzi, i vitelli, e quindi le bistecche. Frequentando i teatri, calcolando il numero degli iscritti al partito rispetto alla popolazione, comprende la costruzione di una nomenklatura, la stessa che ha case, negozi, cibi, a proprio uso e consumo. "Il bolscevismo - osserva- è un partito di estrema destra. Aristocrazia pura. Tamerlano che ritorna".
Rispetto alle piccole turbe di pellegrini occidentali salmodianti sule vie di Mosca che in quegli anni ebbero accesso ben teleguidati dal regime e di cui, con poche eccezioni, lasciarono ritratti
tanto edificanti quanto terrificanti per le menzogne che ne trasudavano, Al vento della steppa conserva un'aria pura, d'alta quota, salutare, accompagnata da una scrittura mai enfatica e mai sciatta. Scriveva come volava.