Bossi placa la furia padana «Non farò cadere Silvio come vorrebbe la sinistra»

Roma«Non voglio fare cadere il governo, come spera la sinistra». È Umberto Bossi, in serata da Domodossola, a mettere la parola fine alla querelle sulla Lega. Il Carroccio non farà la guerra sulla guerra. O meglio: combatterà ma non fino al punto di distruggere il governo e dire arrivederci alle riforme che le stanno a cuore, in testa il federalismo. Restano le perplessità: «Con gli aerei non vinci», ha detto il Senatùr. «Se butti bombe e missili gli immigrati aumentano e questo non va bene perché costa troppo. Alla fine, se si vuole vincere, ci toccherà mandare le truppe di terra. È meglio stare fuori dai pasticci». E sempre in serata Bossi ha anche ribadito la propria sintonia con Tremonti: «Meno male che c'è lui, altrimenti Berlusconi spenderebbe tutto», ha scherzato.
Sulla necessità di non pregiudicare la maggioranza già in giornata si dichiaravano d’accordo molti leghisti in Transatlantico, anche se nessuno si sbilanciava sul come venir fuori dal cul de sac. «Deciderà il capo», ripetevano come un disco rotto i sostenitori del Carroccio. Come voteranno sulle missioni dell’opposizione il prossimo 3 maggio non è dato sapere ma dalle ultime indiscrezioni sembra che il Senatùr sia orientato a votare contro o ad astenersi su un documento che di fatto legittima i bombardamenti, qualora ci sia il «soccorso» dell’opposizione. E il soccorso dell’opposizione arriverà. D’altronde la mozione del Pd chiede espressamente a palazzo Chigi di «continuare nell’adottare ogni iniziativa necessaria ad assicurare una concreta protezione dei civili - in coerenza con le deliberazioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le conseguenti deliberazioni del Parlamento». Mentre quella del Terzo Polo parla di «adottare ogni misura possibile per proteggere la popolazione civile dagli attacchi dell’esercito di Gheddafi». Quindi anche i raid aerei. D’altronde c’è il placet di Napolitano e il richiamo del Colle alle responsabilità internazionali del nostro Paese. Ma il voto contrario in Aula è un’arma a doppio taglio perché qualora il Carroccio votasse contro, le opposizioni potrebbero gridare che la maggioranza, sulla politica estera, non è più quella uscita dalle urne nel 2008.
Di fatto la consapevolezza che nella battaglia con il Pdl il Carroccio non farà saltare Palazzo Chigi dà credito all’ipotesi che il mettersi di traverso sulla Libia sia soprattutto una mossa elettorale. I sondaggi in mano al Senatùr non sono così buoni e quindi smarcarsi su un tema impopolare come la guerra potrebbe portare consensi in più, naturalmente a danno dell’alleato pidiellino. Smuovere le acque, far parlare di sé, ma soprattutto pigiare sul tasto che piace tanto alla pancia leghista: più bombe più clandestini. Un’equazione riportata anche nella prima pagina della Padania di ieri.
Ma se il ringhio leghista non si trasformerà in morso letale per il governo, i mal di pancia leghisti sono reali. Calderoli ha salutato la partenza dei primi caccia italiani diretti in Libia con un «di male in peggio» mentre Matteo Salvini va oltre e arriva a chiedere che il Pd non dia alcun voto che legittimi la missione: «Sarebbe paradossale che il Partito democratico con un voto favorevole accorra in soccorso del governo, facendo di fatto il ruolo della stampella». E ancora: «Se al voto della Camera prevarranno i no alla linea del governo, vorrà dire che l’esecutivo non avrà più la maggioranza in politica estera», facendo prefigurare un patatrac per l’esecutivo. Insomma, sotto la cenere covano altri malumori. Uno di questi riguarda i tagli al settore scuola. A breve i leghisti andranno all’attacco del ministro Gelmini, accusata di mettere in ginocchio le scuole del Nord.
Il fuoco amico su Berlusconi, in ogni caso, ha fatto molti danni anche dalle parti di via Bellerio. L’immagine del partito come un blocco di granito è stata compromessa mercoledì: da una parte il titolo della Padania che sparava sul Cavaliere; poi la frenata del capogruppo a Montecitorio Reguzzoni; quindi la bordata del ministro Maroni a sconfessare il capo dei deputati. Quale la linea ufficiale? Di certo il Carroccio è parso schizofrenico. Alcuni, maliziosi, vanno di dietrologia: «Era solo una polpetta avvelenata perché in tanti rimpiangono la guida Cota».

Di certo, la Lega è spaccata: da una parte la cordata familistica composta dalla moglie e dal figlio di Umberto, Renzo, con l’aggiunta di Rosy Mauro e del capogruppo al Senato Federico Bricolo. Dall’altra Maroni e il potente Giancarlo Giorgetti, nemico giurato di Reguzzoni. Visioni diverse di strategia ma soprattutto fazioni ferocemente in lotta per il dopo-Bossi.

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