Il brano/"Nel nostro paese non c'è abbastanza teppismo intellettuale"

Da Anni incendiari, l’antologia curata da Marcello Veneziani in libreria da domani, pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore Vallecchi, uno stralcio dal Discorso di Roma di Giovanni Papini, già presente in L’esperienza futurista 1913-1914 (Vallecchi, 1981).  

di Giovanni Papini

Qualcuno, che s’immagina di conoscermi, si meraviglierà, forse, di vedermi qui, in mezzo ai futuristi, pronto e disposto a urlare coi lupi e a ridere coi pazzi. Ma io, che mi conosco assai meglio di chiunque altro, non sono affatto sorpreso di trovarmi in così mala compagnia. Da quando sono scappato da quelle case di perdizione che son le scuole ho avuto sempre il vizio di star dalla parte dei matti contro i savi; dalla parte di quelli che mettono in campo a rumore contro chi vuole il pericoloso ordine e la mortale calma; dalla parte di quelli che fanno ai cazzotti contro chi sta alla finestra a vedere. Mi hanno chiamato ciarlatano, mi hanno chiamato teppista, mi hanno chiamato becero. Ed io ho ricevuto con gioia queste ingiurie che diventano lodi magnifiche nella bocca di chi le vomita. Io sono un teppista, è arcivero. Non c’è, nel nostro caro paese, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano. Non basta aprire le finestre - bisogna sfondar le porte. Le parole non bastano - ci voglion le pedate. Per questa mia nativa ed invincibile inclinazione al becerismo spirituale non ho potuto fare a meno di venir qui a far la parte di buffone schiamazzatore dinanzi a tante serie persone. Ho già scritto tutto il male e tutto il bene che penso del Futurismo e non voglio ripetermi. Ma resta il fatto fondamentale che in questo momento, in Italia, non v’è altro moto d’avanguardia vivo e coraggioso al di fuori di questo: non v’è altra compagnia sopportabile per un’anima fastidita dall’eterno ieri e innamorata del divino domani; - resta il fatto gravissimo, signori, che tra questi futuristi vi sono uomini d’ingegno che valgono assai più dei graziosi scimpanzè che ridon loro sul viso. Queste ragioni mi bastano a sfidare l’obbrobrio che può cadere sul mio capo scarmigliato dopo questo gesto di simpatia e, se volete, di solidarietà.

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