Brunetta: "Salari differenziati? Come i vaccini"

Il ministro della Pubblica amministrazione difende la ricetta Sacconi: "Proposta sensata: utili a tutti e possono essere obbligatori. Necessario limitare il peso dei contratti nazionali. No a gabbie salariali, ma leghiamo gli aumenti al merito"

Brunetta: "Salari differenziati? Come i vaccini"

Roma - L’ultimatum del ministro Maurizio Sacconi alle parti sociali è giusto. Avere salari differenziati tra le aree più produttive (quindi il Nord) e quelle meno produttive (quindi il Sud) è interesse di tutti e per questo lo Stato può decidere di intervenire, anche se sindacati e aziende non vogliono. Premiare chi produce di più «è un po’ come la vaccinazione: è un bene pubblico ed è obbligatoria», spiega il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. Nel lavoro pubblico lo stesso principio è contenuto nella riforma, attraverso premi per gli uffici più efficienti, trasparenza e informatica.

Sinistra e sindacati hanno attaccato il ministro del Lavoro perché vuole salari il più possibile differenziati.
«Ha perfettamente ragione Sacconi».

Ma non è una materia di cui si dovrebbero occupare autonomamente sindacati e aziende?
«Non se consideriamo la contrattazione decentrata un bene pubblico».

Ed è così?
«Certo, produrre una migliore distribuzione del reddito non è un vantaggio dell’impresa o del lavoratore, è un beneficio per tutti e per questo lo Stato può decidere di metterci dei soldi attraverso sgravi fiscali e contributivi. E può farlo anche a prescindere da quello che dicono le parti».

I sindacati più favorevoli ai nuovi contratti, ad esempio la Cisl e la Uil, ora chiedono di azzerare le tasse sugli aumenti decisi in azienda o sul territorio. Quindi hanno ragione loro?
«Il principio è giusto, ma non esageriamo, bisogna vedere quanto costa. E, soprattutto, si deve limitare al massimo il peso del contratto nazionale. Se vogliamo proprio spingere sulle riforme, si potrebbe adottare un altro sistema».

Quale?
«Quello statunitense: stabiliamo la paga minima oraria con una legge e lasciamo il resto alla contrattazione decentrata o aziendale».

In passato i sindacati si sono opposti a soluzioni molto meno drastiche...
«La fiscalizzazione del salario variabile c’è dagli anni Novanta, ma è stata usata poco dalle parti».

Perché?
«Perché i premi erano ridotti e perché le parti sono sempre state centraliste, preferiscono i contratti nazionali».

Magari gli aumenti uguali in tutta Italia servono a far crescere le aree più arretrate...
«No, quel sistema scontenta tutti. Al nord, o dove la produttività è più alta, sono considerati troppo bassi e producono straordinari pagati in nero. Al sud, o in generale dove la produttività è più bassa, i livelli minimi di reddito sono troppo alti e producono interi salari in nero. Serve federalismo contrattuale e, lo dico una volta per tutte, non le gabbie salariali, che furono introdotte dalle parti e non dallo Stato».

Nella pubblica amministrazione come si applica questo principio?
«Nella mia riforma c’è tutto».

Stipendi differenziati tra nord e sud?
«No, si introduce la trasparenza e premialità. La parte accessoria dello stipendio viene legata al merito, all’efficienza dei servizi nei singoli uffici e non al territorio».

Questo autunno tornerà all’attacco sulla trasparenza?
«La mia riforma, in maniera schematica, è fatta per un terzo di trasparenza, per un terzo di bastone e carota e per un altro terzo di informativa. E io cerco sempre di realizzare le tre cose insieme».

La pubblicazione su Internet dei curriculum e degli stipendi dei dirigenti stenta a decollare?
«Io non mi preoccupo. La legge che prevede questo obbligo è stata uno choc, la mia circolare è di metà luglio e c’è stato poco tempo. Ma adesso non scherzo più e, dopo questo periodo di franchigia, pubblicherò le liste dei buoni e dei cattivi. Poi taglierò lo stipendio a chi non fornisce i dati. Non avranno la parte accessoria che è circa il 20 per cento».

Metterà alla gogna anche i suoi colleghi ministri?
«Certo, invitandoli a pubblicare curriculum, numeri di telefono, e-mail e tassi di assenteismo dei loro dirigenti».

E ce la farà?
«Io sono ottimista. Quando ho chiesto i dati sull’assenteismo ho registrato una grandissima collaborazione. La pubblica amministrazione è meno balorda di quanto possa sembrare. Mi manca solo la pubblicazione dei dati dei magistrati e dei professori universitari».

Non è poco
«Solo per un motivo tecnico. Non sono dirigenti, ma ovvierò al problema».

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