Burlando cita la Lega per perdonare i violenti: «Padroni a casa nostra»

Burlando cita la Lega per perdonare i violenti: «Padroni a casa nostra»

(...) Questo è il vero messaggio bello. Che poi visto che ogni volta che viene uno dei loro leader a Sestri Ponente vinciamo noi, lasciamoli venire». Il Burlando che ritiene Sestri Ponente casa sua e scaccia chiunque la pensi diversamente sarà forse quello che scriveva, con la maschera del liberale, sul Giornale, ma di certo è convinto di quello che dice. E poco più tardi, nella presentazione del suo programma, svela anche perché. Mostra i suoi veri timori per l’appeal dell’avversario. Parlando dei corsi di genovese avviati nelle scuole, se ne dice orgoglioso, perché «non dobbiamo lasciare nessuno spazio sui temi dell’identità. La Lega finora non ha preso molto nella nostra regione, ma non dobbiamo lasciarle spazi». E giù con il motto «Padroni a casa nostra», ripetuto a più riprese e con sempre maggior vigore ogni volta che l’applauso cresce.
D’altra parte la sala, stracolma come nessun osservatore avvezzo ai detti di saggezza politica vorrebbe mai vedere in vista delle urne, dimostra di gradire il provincialismo retrò, imbambolata come è dalla predica di don Andrea Gallo. Il prete di San Benedetto parla e soprattutto straparla mescolando nello stesso concetto Monicelli, Bocca, e la «Costituzione fondata sulla resistenza antifascista, che non ci son santi che tengano». Massimo D’Alema, ospite d’onore al Ducale incrocia più volte preoccupato lo sguardo con Burlando. Poi usa il suo tipico gesto del «fu-fù» caro a «Striscia la notizia» per mascherare un accenno di sbadiglio. Ma il don che perde spesso il filo sa come ritrovare l’attenzione della platea. Basta tirare fuori ogni tanto che «non si può impacchettare la gente e mandarla a morire nel deserto», oppure che più che i Vangeli di Luca Matteo, Marco e Giovanni, «io cito quello di De André» per far impazzire l’applausometro. Quando proprio la sala è al limite, si salva con lo spagnolo: «El pueblo, nada!», che fa tanto Che e non tradisce mai, come il «conflitto d’interesse» sventolato a casaccio come la bandiera arcobaleno.
E Burlando? Burlando deve prendere la parola subito dopo per parlare del suo programma. È sincero fin dall’inizio, rivelando che mentre finiva don Gallo lui pensava: «E oua, cosse diggö?». Appunto, che resta da dire? Specie dopo che il repertorio lo ha già usato il don, compreso il rifiuto del dialogo: «Ma cosa cerchiamo a fare il dialogo? Pensiamo a noi». Il governatore alterna stoccate «all’altro», di citare Biasotti non ne vuol sapere, lo stuzzica sugli spot, si aggrappa a Berlusconi quando c’è da parlare della crisi, si prende i meriti della ripartenza della Liguria tra il 2005 e il 2008 (quando cioè si sentivano i benefici della politica del quinquennio Biasotti), e torna a dare la colpa al governo se dal 2008 in poi la disoccupazione s’è impennata. Una scivolata anche quando si fa bello per le piste ciclabili di «Area 24» avviate in realtà dal suo avversario, ma d’altra parte prosegue nel solco tracciato dal don. Il Ducale infatti applaude tutto, persino gli autogol più clamorosi, visto che al prete di San Benedetto riserva consensi anche quando accusa pesantemente «la cricca della cricca che si è installata in questa città». In questa città dove, don? Nella Regione di Burlando, nella Provincia di Repetto, o nel Comune della Vincenzi? Persino D’Alema guarda Burlando e se la ride. I compagni comunque battono le mani. E così «Baffino» ha gioco facile a concludere dopo due ore di Gallo e Burlando. La butta sul nazionale e sull’internazionale. Socialista, naturalmente. Visto che da ieri anche la Francia è tornata a essere intelligente. Ovviamente però ci tiene a entrare nel tabellino dei marcatori di autogol: «Occorre presentare una coalizione credibili», se ne esce proprio nella Liguria della Grosse Ammucchiaten che farebbe impallidire pure Prodi. Avanti compagni, «padroni a casa nostra». Don Camillo, avrebbe messo le note del Piave. E magari al Ducale si sarebbe persino levato un «Viva il re».

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