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Fred Perry, il tennista popolare che addentò l’aristocrazia

Figlio di un sindacalista, nato nell’operosa Stockport, si fece strada da solo negli elitari circoli britannici riscrivendo le regole del gioco prima di diventare imprenditore

Fred Perry, il tennista popolare che addentò l’aristocrazia

Fa rimbalzare ipnoticamente la pallina da una parte all’altra del tavolo di legno, senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Sente dove va a finire e la rispedisce al mittente, caricando di veleno il colpo. E forse ripensa a tutte quelle volte che ha dovuto premere il naso contro la recinzione fredda di un campo da tennis o sopra i vetri appannati di un elitario circolo nobiliare. Però Fred Perry una cosa la sa: il tennis tavolo è una parentesi. Non la sua vita. Lui, in quei salotti patinati, ci entrerà buttando giù la porta.

Eppure il destino, che si diverte ad avvitare strette le esistenze, segnandole fin dal primo vagito, avrebbe in serbo piani differenti. Tanto per cominciare l’ha infilato a Stockport, undici chilometri da Manchester, operoso avamposto salito agli onori della cronaca per la tessitura della seta ed un’altra singolare faccenda, la produzione di cappelli di feltro. Non sembra proprio il posto dove possano svilupparsi progetti effervescenti. E poi papà è uno di quei sindacalisti convinti, oltre che un socialista irredento: detesta il tennis con ogni fibra del suo corpo. Non perché gli faccia pena lo sport in sé. Lui non sopporta i tronfi aristocratici che lo praticano assiduamente. Quindi di impugnare una racchetta non se ne parla.

A Brentham però, dove si trasferiscono quando la carriera politica paterna decolla, la passione si fortifica e dilaga. Freddy vive a due passi da Londra, muscolo pulsante che irrora tennis ad ogni angolo. Visto che le sue modeste origini lo sbattono fuori dal circuito, inizia dal parente più impalpabile: il ping pong. Nel tempo di un amen surclassa la marmaglia che gli si para davanti: possiede riflessi felini, occhi svelti e l’inventiva necessaria per sovvertire i piani di battaglia altrui.

Così ora eccolo qua, provvidenzialmente estratto da Ivan Montagu – il coach della nazionale inglese di tennis tavolo – da un dimenticabile torneino locale, mentre gioca da protagonista i mondiali del 1929. Li vince in scioltezza, poi emette una profezia che appare bizzarra: “Entro quattro anni conquisterò la coppa Davis”. La gente sghignazza, ma lui non si lascia intimidire.

Fred

Quello con il tennis è un sincretismo destinato a consumarsi. Ora il padre, scorto il suo talento, lo sostiene con convinzione. Nel tennis agile e ferale del figlio rinviene la trasposizione del suo successo politico. Vola a Parigi quando scocca il 1933, esattamente quattro anni dopo la fatidica profezia: Roland Garros, challenge round contro la Francia. Gli inglesi non vincono da vent’anni. Stavolta trionfano. Promessa mantenuta. Durante il soggiorno parigino succede anche un’altra cosa. Gli giunge all’orecchio l’idea di René Lacoste, collega francese che ha appena inaugurato la sua linea di abbigliamento. Perry la trova un’idea interessante: se la fissa in un angolo della mente, in attesa di elaborarla meglio.

I suoi connazionali, nel frattempo, lo accolgono tiepidamente. Quello del tennista popolare, che non è unto dal crisma della nobilità, è un affronto quasi impossibile da deglutire. Ci vuole qualcosa di più per persuadere il pubblico. Ci vuole Wimbledon. Nel santuario verde sfida l’amatissimo australiano Jack Crawford: per rendere l’idea, dalle composte tribune del Centre Court tifano più per l’ospite che per Freddy. Lui però gela tutti e si consacra: 6-3, 6-0, 7-5. Ora accettarlo è praticamente inevitabile.

Sembra surreale, ma la federazione britannica nicchia, faticando a riconoscerlo come un professionista. Perry, sfibrato e offeso, decide allora di valicare l’oceano per vivere il meritocratico sogno americano. Acquista un club di tennis a Beverly Hills, per mantenersi allenato. Ancora non lo sa, ma da lì a poco le cose svolteranno per sempre. Gli scampanella all’uscio un ex calciatore australiano, Tibby Wegner. Dice di avere un’idea molto simile a quella di Lacoste. Dentro di lui si riaccende quel ricordo parigino. Lo fa entrare e confabulano fitto.

Nasceranno così, nel 1952, le prime polo firmate Fred Perry. Sul petto, all’altezza del muscolo cardiaco, spunta una coroncina d’alloro, simbolo di vittoria. Lui ne fa preparare un bel mucchio e si mette a presentare la sua linea in giro per il mondo, Wimbledon compreso, compiendo un battage antesignano del moderno marketing.

Diverrà in fretta universalmente popolare più per le polo che per il suo tennis. Quell’alloro però non è caduto dall’alto. Freddy da Stockport se l’è sudato tutto.

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