Il pagellone del lunedì: anno zero Milan, rinascita Napoli, miracolo Dea

Il fine settimana della Serie A ci ha offerto un po' di tutto: partite vibranti come Napoli-Roma e il festival della noia Juventus-Milan ma anche altre cose interessanti. Dal turnover del Gasp al passo falso del Bologna, dai progressi della Lazio alla manita della Fiorentina, trovate tutto nel nostro pagellone del lunedì

Il pagellone del lunedì: anno zero Milan, rinascita Napoli, miracolo Dea

Le ultime giornate della stagione, specialmente quando la corsa scudetto è chiusa da un pezzo, sono come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quel che ti capita. Puoi vedere una gara vera, vibrante come quella del Maradona o lo spettacolo deprimente che Juve e Milan hanno offerto ai malcapitati dello Stadium. A questo punto della stagione, le motivazioni fanno tutta la differenza del mondo ma, ovviamente, ci sono anche le eccezioni, a partire dall’Inter, che tra una festa e l’altra trova il modo di battere anche il Torino. Cosa vi siete persi se non avete seguito la 34a giornata della Serie A? Parecchie cose, dalla rinascita del Napoli al turnover magistrale del Gasp, dal passo falso di Bologna e Roma per chiudere con la triste fine dell’era Pioli. Vi raccontiamo tutto nel nostro solito pagellone del lunedì.

Napoli, meglio tardi che mai (7)

Alzi la mano chi di voi avrebbe scommesso un euro sulla rinascita del derelitto Napoli di Calzona. I partenopei, all’ultimissima chiamata per il treno che vale l’Europa, mettono la migliore prova di questa stagione e vanno vicinissimi alla vittoria della speranza. Dopo una serie di partite troppo brutte per essere vere, i campioni d’Italia in carica per ancora qualche settimana si ricordano come si gioca a calcio e fanno passare un paio di pessimi quarti d’ora alla banda De Rossi. Eppure, al triplice fischio, i fedelissimi del Napoli devono ancora rimpiangere due punti evaporati nel nulla. Si fa presto a dire che quando piove diluvia ma i segnali positivi sono comunque inequivocabili. Fa una certa impressione che le prove maiuscole di alcuni protagonisti siano rovinate dalla stupidaggine di Juan Jesus e dal millimetrico gol di Abraham.

Osimhen rigore Napoli Roma

Il Napoli, a tratti, sembrava tornato quello devastante dell’era Spalletti ma, alla lunga, la differenza l’hanno fatta errori ed imprecisioni incomprensibili. Se la partita di Olivera è da applausi anche senza il gol fortunato, gli errori di Anguissa e Lobotka davanti al magistrale Svilar gridano ancora vendetta al cielo. Politano è rapido, combina bene con i solisti in avanti ma è anche lui poco preciso, un po’ come l’anarchico Ngonge che entra benissimo e si spegne alla distanza. Stavolta le due superstar rispondono presente: Kvaratskhelia insiste un po’ troppo sul dribbling ma fa comunque una ottima gara mentre Victor Osimhen fa una prestazione quasi perfetta, che avrebbe meritato almeno un paio di reti. La domanda delle domande, però, è un’altra: se questo è il vero Napoli di Calzona, chi cavolo erano i fantasmi visti in campo nelle scorse settimane?

Atalanta, l’arte del turnover (7)

Se qualcuno avesse mai l’idea di fondare un’università del calcio, gli consiglierei di cuore di affidare il corso sul turnover a Gian Piero Gasperini. A pochi giorni dalla battaglia con la Fiorentina, il rischio di arrivare con le batterie scariche contro una squadra mai semplice come l’Empoli era molto reale. L’Atalanta, invece, neanche sembra aver giocato e sbriga la pratica in maniera più che convincente. Sembra facile, ma guardate un attimo quanto faticano le altre contro le squadre impegnate nella lotta salvezza. Alla fine, la Dea ottiene una vittoria fondamentale per tenere alta la pressione sulla Roma e rendere possibile il sorpasso in caso di vittoria nel recupero con la Fiorentina. Non male come avvicinamento alla trasferta da brividi al Vélodrome di giovedì contro il Marsiglia, specialmente visto la risposta di alcuni giocatori chiave dei bergamaschi.

Lookman Atalanta Empoli

Se la difesa soffre poco contro l’Empoli, Zappacosta sembra tornato a livelli atletici invidiabili mentre Pasalic mette una prestazione importante sulla mediana, oltre a segnare il rigore che mette la partita della Dea in discesa. A dire il vero il resto del centrocampo non è che faccia le buche per terra: De Roon finisce la benzina dopo un’ora, mentre Ruggeri regge meglio in copertura. Miranchuk farebbe una discreta gara ma sbaglia l’insbagliabile davanti alla porta: Koopmeiners è in modalità risparmio energetico mentre Touré approfitta dell’occasione per farsi notare, guadagnandosi il rigore decisivo. L’unico che non si risparmia è Lookman, imprendibile e guizzante quanto basta per mandare in tilt la difesa empolese. Iniziare così una settimana cruciale è il viatico perfetto per un finale di stagione da sogno. Le avversarie sono avvertite.

Fiorentina, una manita d’oro (6,5)

Una delle leggi non scritte del calcio recita che, di solito, le buone squadre reagiscono a sconfitte pesanti prendendosela con la prossima avversaria. A giudicare dal modo nel quale la Viola di Italiano ha spazzato via un Sassuolo già mentalmente retrocesso, le cose sembrano essere andate proprio in questo modo. Dopo la dolorosa eliminazione in Coppa Italia, la Fiorentina torna di fronte al suo pubblico ed assesta una manita ai neroverdi che avrà fatto sorridere di gusto i maniaci della Fiesole. Quello che rende ancora più notevole il trionfo dei toscani è il fatto che Italiano ci sia riuscito schierando un gran numero di riserve, cosa più che comprensibile visto che l’obiettivo numero uno della Viola è la semifinale di Conference League con il Club Bruges. Onestamente non credo che nessuno al Franchi se ne sia accorto.

Nico Gonzales Fiorentina Sassuolo

Martinez Quarta fa una gara quasi perfetta, Parisi gioca un primo tempo da applausi mentre Arthur parte male prima di aprire la festa del gol e dominare la mediana. Ikoné e Duncan fanno il loro, come Kouamé e Belotti ma la differenza la fanno i centrocampisti. Le prime pagine, probabilmente, se le prenderà tutte Nico Gonzales, protagonista di una rinascita da far invidia all’araba fenice. In un solo tempo segna ma soprattutto domina come non faceva da una vita. Eppure le prove di Antonin Barak e Riccardo Sottil non sono meno impressionanti: il talento piemontese è imprendibile, segna e mette pure due assist al bacio mentre il trequartista boemo riesce finalmente a mettere la partita che sognava da quando è arrivato dal Verona. La Fiorentina, insomma, c’è: se rimarrà coi piedi per terra potrebbe fare un finale di stagione importante.

Inter, è qui la festa (6)

Come fai a giudicare una partita giocata a ritmi quasi vacanzieri, senza la rabbia e la cattiveria che hanno caratterizzato la stagione memorabile della banda Inzaghi? Semplice, limitandosi allo stretto necessario. Lasciando da parte il fatto che il Torino, invece di mordere le caviglie dei nerazzurri per giocarsi le ultime chance europee, sembrava ben lieto di accontentarsi dello 0-0, l’Inter riesce nell’impresa mai semplice di onorare un impegno anche quando hai la testa chiaramente altrove. D’accordo, senza la controversa espulsione di Tameze, le cose sarebbero potute finire in maniera ben diversa, ma i nerazzurri hanno sbagliato davvero poco. L’Inter riesce in una delle cose più difficili nel calcio: riscattare un primo tempo che più soporifero è davvero difficile fare. I protagonisti sono quelli di sempre, da Bastoni a Barella fino all’eterno Mkhitaryan ma il vero man of the match non può che essere Hakan Calhanoglu.

Calhanoglu Lautaro Inter Torino

Il mai troppo rimpianto ex milanista si concede una prova maiuscola concentrata in quattro minuti quattro, prima indovinando una girata al bacio per il vantaggio e poi segnando con la solita, sovrannaturale freddezza il calcio di rigore che chiude i conti. Il tributo che gli concede il popolo nerazzurro è tanto commovente quanto meritato. La sua partita ha messo un po’ in ombra quello che hanno fatto altri protagonisti, da un Pavard che raramente ho visto così alto ad un Carlos Augusto capace di fare alla grande entrambe le fasi fino alla ThuLa, efficacissima anche senza timbrare il cartellino del gol. Notevole, poi, la generosità di Lautaro, a secco da mesi, che lascia il rigore al cecchino turco. I soliti criticoni diranno che i nuovi entrati hanno fatto tanto movimento e creato poche occasioni da gol e può anche starci. Rimanere quadrati ed efficaci proprio prima il bagno di folla della festa scudetto non è roba da tutti.

Lazio, un passo dopo l’altro (6)

Ogni volta che si deve giudicare una partita a due facce, con un tempo chiaramente superiore all’altro, ci si trova sempre in un certo imbarazzo. Igor Tudor riesce in qualche modo a resettare la Lazio durante l’intervallo e portare a casa una vittoria importante sia per la classifica che per il futuro del progetto delle Aquile. Il miracolo non funziona in pieno: Castellanos, ad esempio, si guadagna per poco la sufficienza dopo un primo tempo da dimenticare ma il resto della squadra risponde alla grande. La forza della Lazio era e rimane la mediana, dove Guendouzi ha tigna da vendere mentre Kamada, poco alla volta, si mette alle spalle gli errori e crea pure qualche occasione importante. Marusic è un jolly mentre Felipe Anderson ha sempre qualità da vendere ed è pure un po’ sfortunato nella ripresa.

Zaccagni gol Lazio Hellas Verona

Non mancano i lati oscuri, dalle prestazioni mediocri di Isaksen, Casale e Pedro, che sbagliano un paio di occasioni monumentali ma, alla fine, sono i giocatori più talentuosi a fare la differenza. Luis Alberto non è perfetto, sbaglia qualche occasione di troppo ma è sempre l’unico in grado di scompaginare le carte con una sola giocata. La vera sorpresa è il ritorno alla forma di Mattia Zaccagni, che cambia la partita in mezz’ora: lanciato alla grande dallo spagnolo, segna il gol che consegna alla Lazio una vittoria davvero preziosissima. Quindi il bicchiere laziale è mezzo pieno o mezzo vuoto? Al momento non saprei davvero ma la cosa incoraggiante è che il gruppo continui a seguire Tudor e che, un passettino dopo l’altro, i biancocelesti stanno mettendo punti in cascina e siano sempre più convincenti. Non è il massimo ma, per ora, può bastare.

Bologna, ma ci credi o no? (5,5)

Chiusa la corsa scudetto e quasi decisa quella salvezza, i riflettori si sono puntati tutti sulla battaglia per l’Europa che conta. Guardando il calendario, questa poteva essere la partita giusta per il Bologna per consolidare definitivamente il quarto posto. Al triplice fischio, invece, l’Udinese strappa un punto d’oro e tiene vive le speranze delle rivali dei felsinei. Paradossalmente, il Bologna non è sembrato né stanco né con la pancia piena: il problema è che, per una volta, il piano partita di Thiago Motta non ha funzionato contro i tenaci friulani. Oggettivamente parlando, un punto contro una squadra che lotta coltello tra i denti per rimanere in Serie A non è da buttare, specialmente visto quanto il Bologna ha dovuto giocare con l’uomo in meno. La sensazione, però, è che, in fondo, i rossoblu non credano fino in fondo al sogno Champions.

Bologna post partita Bologna Udinese

Il tecnico felsineo ha il merito di non stravolgere la squadra dopo l’espulsione di Beukema e di riuscire comunque a raggiungere il pareggio, ma aver perso così male i duelli in quasi tutte le zone del campo non è il massimo. A prendere in mano la squadra è Saelemaekers, migliore in campo per distacco, che sfiora addirittura la doppietta: il resto, purtroppo, è all’insegna della mediocrità. Il Bologna soffre sulle fasce ed è tradito anche dal baluardo Freuler, che palloni del genere li perde una volta ogni morte di Papa. Il Bologna non convince dalla cintola in su, con un Ndoye che spreca troppo, Aebischer ed El Azzouzi che mettono prestazioni deludenti e lo stesso Orsolini che ci mette tanto impegno e poca lucidità. Fa strano, però, vedere Zirkzee così anonimo: a parte un paio di magie, niente di più. La domanda, quindi, è sempre quella: Bologna, ma ci credi o no?

Roma, la grinta non basta (5)

La prova messa dall’undici di Daniele De Rossi al Maradona è una di quelle che sicuramente divideranno la tifoseria romanista. È forse il caso di prendersela per le condizioni fisiche non ottimali ed i tanti errori che hanno fatto perdere alla Roma la possibilità di recuperare punti al Bologna o innalzare un enorme monumento a Mile Svilar e nominarlo nuovo santo patrono dei giallorossi? Il numero di reti che il portierone romanista ha salvato è davvero impressionante e fa il paio con una prova non ideale di parecchi protagonisti annunciati. Senza le prove di Svilar, Ndicka e Mancini, i capitolini sarebbero usciti dal Maradona con le ossa rotte. C’è chi se la prenderà giustamente con la stupidaggine di Renato Sanches nel finale che ha regalato il rigore ad Osimhen ma la prova della Roma è stata limitata da una serie di giocatori che avevano finito la benzina.

De Rossi fine partita Napoli Roma

Spinazzola è apparso a volte devastante ma doveva prendersi qualche minuto per recuperare il fiato, mentre Cristante e Bove hanno avuto problemi dal primo all’ultimo minuto. I giocatori più tecnici, da Pellegrini a Dybala, seguono un percorso quasi opposto: timidi, impacciati all’inizio, sempre più decisivi nel finale, specialmente la Joya, che mette lo zampino in entrambe le reti. El Shaarawy, invece, è commovente per come ci provi sempre, anche quando non ne ha più. Inutile nascondersi: parecchi giocatori top non ne hanno più e De Rossi non ha cambi adeguati per potersi permettere un turnover pesante. Angeliño è discreto, visto che tiene botta da subito sulla fascia mentre la sostituzione decisiva è quella tra l’opaco Azmoun, che ha l’unico merito di essersi guadagnato il rigore ed il rinato Abraham, cui questo gol serviva come il pane. Qual è il problema vero per Capitan Futuro? Che tutta la grinta del mondo non può compensare la tanta stanchezza. Non una gran notizia a pochi giorni dalla super-sfida con i campioni di Germania.

Juventus, eterna incompiuta (5)

Come si fa ad essere deludenti anche dopo aver annullato la seconda squadra del campionato per 90 minuti? Chiedetelo a Max Allegri, che davvero non so come spiegarmelo. Durante il big match del sabato della 34a giornata di Serie A, Wojciech Szczesny a malapena si è sporcato i guantoni con i difensori che gestiscono senza grossi affanni clienti poco raccomandabili come Leao e Giroud. Bremer francobolla senza pietà il francese mentre Danilo si incarica di annullare Pulisic, riuscendoci senza troppi problemi. Risalendo la formazione, Weah ha fatto discreti passi avanti mentre Cambiaso non dispiace nemmeno nella posizione ibrida che Allegri si è inventato per lui. Aggiungi il fatto che Rabiot si è svegliato nella ripresa e deve solo maledire Thiaw che gli ha negato un gol fatto e il quadro sembrerebbe rassicurante. Purtroppo le cose non stanno affatto così.

Allegri Juventus Milan

Il problema vero è che, anche quando ha di fronte un Milan in palese disarmo, privo di verve e voglia, la Juventus continua a non avere un gioco. A Pioli basta piazzare Thiaw ad uomo su Vlahovic per disinnescare il serbo: una volta limitate le sfuriate di un Yildiz dinamico ma poco concreto, l’attacco bianconero combina poco o niente. Le prestazioni non ideali di Locatelli e Kostic, che sbaglia cross su cross, non aiutano ma il fatto resta: nonostante il chiaro dominio in termini di possesso e occasioni, la Juve non passa. Parte è sfortuna, parte è dovuto alla scarsa autonomia di Chiesa e Milik, cui molto si deve dell’ottimo secondo tempo bianconero ma le colpe, piaccia o non piaccia, devono arrivare sulla scrivania di Allegri. Il tecnico livornese sbaglia ad affidarsi a Yildiz e Weah dal primo minuto. Poco importa che, ai punti, avrebbe meritato la vittoria: il calcio, ringraziando Dio, non funziona così.

Milan, stacca la spina (4)

Andare allo Stadium subito dopo l’eliminazione dall’Europa League non sarebbe mai stata una passeggiata di salute. Doverlo poi fare perdendo nel riscaldamento il talismano Mike Maignan sembrava il preludio di una lunga e dolorosa serata per il popolo rossonero. Invece, grazie alle prestazioni encomiabili di Sportiello, Gabbia e un monumentale Thiaw, il Diavolo torna a casa con un punto che serve a poco ma che dovrebbe comunque far piacere. Non so come la vediate voi, ma se riuscite a trovarmi un milanista che sia ottimista dopo aver visto Juventus-Milan vi pagherò volentieri un caffè. Senza la prova eroica dell’ex portiere dell’Atalanta e la tenuta di una difesa completata da un Musah adattato all’ultimo minuto, la Juve si sarebbe tranquillamente portata a casa una vittoria più che meritata.

Pioli striscione Inter Torino

I problemi arrivano dalla cintola in su: se la mediana, tutto sommato, tiene, nonostante Adli e Bennacer non siano ai soliti livelli, in avanti non funziona niente. Pulisic testa Danilo per un tempo, poi si intristisce e svanisce dal gioco. Loftus-Cheek prova ad usare il fisico ma combina proprio poco mentre gli avanti vivono una giornata nerissima. Giroud non riesce a scollarsi di dosso Bremer neanche per un secondo, Okafor entra troppo tardi, quando il Milan non pensa ad altro che a difendersi ma la vera delusione è Rafael Leao. Il portoghese, che vestiva la fascia da capitano, è sempre circondato da due, talvolta tre difensori ma, ogni volta che si libera, prova a scatenare la sua velocità. Il problema, però, è un altro: anche se avesse trovato lo spunto giusto, sarebbe stato profeta nel deserto. Questo Milan ha già la testa in vacanza e non fa altro che pensare al prossimo allenatore e al calciomercato.

La cosa migliore che possa fare la società è staccare la spina e porre fine alle troppe voci. Chiudere così l’era Pioli sarebbe profondamente ingiusto.

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