Cantona: "Recitare è come giocare a indiani e cow-boy"

Intervista all'ex calciatore diventato attore: "Le battute le ho prese dal mio lungo periodo di squalifica. Volevo un film sul rapporto fra un tifoso e un calciatore"

Cantona: "Recitare è come giocare a indiani e cow-boy"

Adélaide de Clermont-Tonnerre

Cannes - Un ex re del calcio in una commedia del solitamente impegnato e drammatico Ken Loach: un sodalizio insolito. Ma è proprio Eric Cantona che caratterizza Looking for Eric (Cercare Eric), presentato ieri in concorso al Festival: accento marsigliese, spalle larghe, saggi proverbi, senso dell’umorismo. L’ex idolo degli stadi inglesi, qui anche produttore, regge benissimo il ruolo accanto a Steve Evets, quasi un esordiente, ma così toccante nella parte del postino di Manchester in crisi sentimentale, professionale e familiare. Che duetto il loro!

Signor Cantona, come ha incontrato Ken Loach?
«Pensavo a un film sulla relazione con un tifoso. I co-produttori francesi hanno pensato che ci volesse un regista inglese per capire questo rapporto speciale. E Ken Loach ha accettato».
Lei ha avuto con un tifoso un rapporto come lo ha nel film?
«Ho avuto generalmente una situazione straordinaria coi tifosi, specie con uno. Quando lasciai Leeds, lui mi seguì al Manchester United, suo nemico numero 1. Perse lavoro e famiglia, fu minacciato di morte. Mi seguì pur detestando Manchester. Lo vedevo dopo le partite: cenava coi miei».

La Cantonamania ebbe tratti sgradevoli?
«No. Era amore e l’ho ricambiato. Ci si domanda perché si ama? Non credo. Riflettere troppo uccide una storia».

Da piccolo era tifoso di qualcuno?
«Non così, ma già m’allenavo. Mia nonna m’ha detto che al primo passo ho dato un calcio a una palla».

Era consapevole di diventare una leggenda del calcio?
«Sul campo tutto è così veloce che non ci si atteggia. Non ho mai fatto calcoli. Volevo solo vivere intensamente. Mi amano o mi odiano: ma sempre per quel che sono».

Lei ha fortissima personalità. È compatibile col recitare?
«Calcio e cinema sono comunque un gioco (in francese giocare e recitare si dice jouer - ndr). Prima sul campo, poi sul set. Mi diverto come da piccolo, giocando a indiani e cow-boys».

I gesti ricorrenti, attesi dai tifosi come nacquero?
«Per caso... Una volta alzai il colletto e vincemmo. Divenne una scaramanzia. Poi altri, come la Nike, hanno usato questi dettagli».

Nelle pubblicità, come nel film di Loach, lei è sempre autoironico...
«È un’arma: nei momenti difficili le cose vanno prese sul ridere. Battute del film e proverbi vengono dalla squalifica per nove mesi, quando feci la conferenza stampa dove dissi solo: “Quando i gabbiani seguono un peschereccio, pensano che delle sardine finiranno in mare”. Parole senza senso, per mostrare che quella storia non era molto grave, sebbene potesse spezzarmi carriera e vita. Per non farmi divorare dalla situazione, l’ho presa sul ridere».

Fu allora che imparò a suonare la tromba?
«Sì. M’allenavo il doppio, ma non giocando potevo distrarmi un po’. Allenarsi a vuoto era durissimo psicologicamente. Ma volevo uno scopo, volevo imparare qualcosa. Facevo calcio per migliorare con la tromba e tornare dopo nove mesi in forma».

Il protagonista del film è vittima d’un equivoco amoroso. Qualcosa che lei teme?
«Non dicendo le cose si si può distruggere un rapporto. Così appaio al personaggio del film e l’esorto a parlare».

Il film racconta di un padre

ammirevole. Com’è un buon padre?
«Se lo sapessi! Cerco di trasmettere le cose semplici della vita: sapersi stupire, stare con gli amici, in famiglia, ridere, talora litigare. E tener gli occhi aperti sul mondo...».

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