La mamma, le bambole, le parolacce, i capricci, i mostri sotto al letto. I testi di Sanremo sembrano scritti per un ascoltatore dalla età media prescolare. La cosa incredibile è che per partorire una infilata di banalità, parole e musica, talvolta siano serviti otto o nove autori. Prendiamo, per esempio, Francesco Renga. Questo il risultato: "Ma a volte capita che sorride anche una lacrima". Certo, certo. Ma anche Sal Da Vinci si difende e schiera sei autori per questo incipit: "È cominciato tutto quanto dal principio". Ma dai, davvero? Molte immagini sono visionarie. Saranno il frutto di una ispirazione incontenibile o una necessità per far tornare la rima? Mah, giudicate voi. Fulminacci: "Ti troverò dentro a una foto / Sotto l'acqua mentre nuoto". Le metafore si direbbero un filo usurate: sarà per farsi capire meglio o per abitudine alle frasi fatte? Mah, giudicate voi. Luchè: "Siamo polvere sui mobili dentro una casa vuota". Fedez e Masini: "Silenzio che è un rumore". Anche l'Accademia della Crusca non è convintissima. Il professor Lorenzo Coveri, già professore ordinario di Linguistica fa sapere all'Ansa: "Su trenta canzoni in gara almeno venti parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi. Di amori felici ne vedo pochissimi. Più che altro tossici. Tante alludono alla fragilità che sta dietro un'apparente sicurezza di sé. Non ho trovato nessun testo che mi abbia fatto saltare sulla sedia per l'originalità". Domina il para-poetico che pare poetico ma non lo è. Coveri: "Almeno venti brani si rivolgono a un tu indefinito, di solito l'amante, un grande classico di tutta la poesia del '900.
E ci sono tante metafore, traslati, forme figurate, alcune originali, ma altre banali". Sui testi si poteva fare qualcosa di più. A domani per vedere come andrà dal punto di vista strettamente musicale. Sarà un trionfo?