Caro Luca Borzani, ricordati anche dei briganti

(...) coinvolgerà bambini e ragazzi di tutte le scuole in un progetto che vuole rendere la storia meno indigesta e più divertente. Ne abbiamo parlato diffusamente su queste pagine nei giorni scorsi raccontando la prima conferenza stampa, quella milanese, che anticipava il programma: l’obiettivo è quello di raccontare la nascita delle nazioni. Ma, soprattutto della nazione: l’Italia. Spingendo l’acceleratore sui 150 anni dell’unità - magari un pizzico prima del tempo, un po’ come quando i giornali iniziano ad affrontare un centenario il mese prima del giorno fissato in modo da bruciare la concorrenza - in modo più divertente e meno paludato del solito: si va dallo spettacolo alla gastronomia, dalla comicità ai gazebo con gli storici più seriosi al mondo in piazza per rispondere alle domande dei ragazzi.
Insomma, caro Luca Borzani, anche stavolta rischi di fare centro e, così come è stato per la mostra su De Andrè, di firmare il vero evento culturale genovese. (Fra l’altro, Borzani, leggendo il programma originario, si è reso conto che c’era il fondato rischio di presentare una platea di storici monoculturale o quasi. Ed è corso intelligentemente e brillantemente ai ripari: ora ci sono anche altre voci e voci altre, a cominciare da quella del nostro Marcello Veneziani.) Ma, forse, si può fare ancora di più. In parte ne ho già parlato con il presidente della Fondazione per la Cultura, con cui è un piacere confrontarsi e con cui ci confrontiamo spesso e volentieri (per entrambe le circostanze, sia per lo «spesso» che per il «volentieri» nel senso letterale della parola) su mille questioni. In parte, quella nuova, la butto lì in diretta, per la prima volta ora sul Giornale.
Caro Luca, perchè non parlare anche dei briganti? Il tema è stato posto, in modo abbastanza ruvido da Edoardo Bennato con le canzoni Il capo dei briganti e C’era un re, che smontano la retorica sempre filo-Savoia e ridanno voce al Regno delle Due Sicilie e a quanto di positivo c’era nelle insorgenze anti-unioniste. Poi, certo, Bennato è un architetto e un cantante e non uno storico e la butta in caciara: «Sto con Metternich, la parola Italia è solo un’espressione geografica» e ancora: «I briganti sono personaggi leggendari che difendevano la povera gente dagli aguzzini e dai tiranni». Poi, addirittura, e qui non ci siamo, arriva a raccontare l’antiStato criminale del Sud come una risposta a un potere statale percepito come ostile. Un po’ come la Gomorra di Saviano, un ventre molle dove la legalità non funziona.
Ma, per l’appunto, stiamo parlando delle suggestioni di un cantante. Che come tali vanno prese, senza dar loro peso politico eccessivo.
Eppure, nel delirio creativo delle canzoni, c’è una parte assolutamente interessante. Ed è proprio quella sul brigantaggio che Bennato ha avuto la capacità di riportare a galla. Una storia fotografata benissimo, qualche giorno fa, proprio sul Giornale da Giordano Bruno Guerri, il miglior storico italiano, uno capace di affascinare con la parola chi lo ascolta. Che ha difeso - con juicio - le ragioni dei briganti.
Ecco, caro Luca, a me piacerebbe che nella storia in piazza del Ducale ci fosse spazio anche per loro, per i briganti. Di retorica patriottarda per i 150 anni dell’unità ne sentiremo a chili per tutto l’anno e anche più. Qualche grammo di ragioni dei briganti ci vorrebbe proprio.
Senza arrivare all’elogio di Franti di Umberto Eco, almeno un po’ di simpatia per il Pinocchio monello e per Lucignolo, ci vorrebbe. Un salto nel paese dei balocchi occorrerebbe farlo. Tanto poi, a dire che è diventato un bravo bambino, ci penseranno tutti gli altri relatori.

Commenti

Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento