Carissimo Mario, le tue lettere sono per me rimorsi. Non ti ho scritto più, da quando sei ripartito, credo. Come spiegarti? Tutta l'estate, che sai come passò, col problema di Francesco a casa denaro e pace finiti e tuttavia sempre lavorando, e lavorando male, è sfociata in un autunno ancora più tempestoso, e solo ora pur in mezzo a infiniti problemi, sono più calma, ma non più ottimista. Ecco spiegato il mio silenzio. Pena, stanchezza, preoccupazioni; e poi la salute che se ne va; vuoti continui alla testa. Dimmi tu come potrei scrivere più lettere, lettere che mi stanno a cuore, e non posso sbrigare in due parole. Ti dirò quindi, sento tutto, ti ascolto, ho pena e affetto grandissimo per te, partecipo con tutto il cuore a quanto mi dici, e anche per te mi tormento: ché, col mio lavoro, vorrei darti qualcosa che mai hai avuto. Forse, se finisco questo libro, ci arriverò: ma ora come parlare a vuoto, con che coraggio? E poi la testa subito si stanca, questo il grave, perché non ho mai vacanze.
Carissimo Mario, non ti scrivo altro, perdonami, ti esorto solo ad avere ancora pazienza e coraggio. Le cose maturano anche da sole, ricordatene, è una legge della vita, e sempre, anche dopo il più lungo e freddo degli inverni, giunge la buona stagione. Anche per te verrà.
Solo, sii calmo, è indispensabile. Abbi pazienza, calma, e bontà, come se questo che vivi fosse un esperimento, da cui uscirai più forte, più chiaro, e atto a vedere il bene che c'è ancora, e sempre ci sarà, sulla terra, malgrado tutto. Mi obbedirai?